Italian poem
O tra purpuree vesti
Strofe. O tra purpuree vesti Alma Euterpe lucente, Cui circondano il crin raggi stellanti, Per te si manifesti All’Italica gente, Come di tuo voler sono i miei canti, Acciò con fieri detti, E cosparsi di fiel, non mi saetti. Antistrofe. Usa ascoltare i risi, Gli sguardi, i vezzi, i giochi, E pur d’Amore i dilettosi affanni, Sprezzerà corpi ancisi, Ceppi, catene e fuochi, Vaghezze acerbe di più fier tiranni, Onde il mio verrà quasi Aspro deserto appo gli altrui Parnasi. Epodo. Or sia che può, chi fia che il vulgo emendi? Talpa è sua vista, e suo giudizio è vano; Ma tu degno nepote al grande Urbano, Che di sua bocca il vero senno apprendi, Ta, che nell’alto ascendi Sul Vatican, come in Sïon cipresso, Non prenderai le mie fatiche a vile, Anzi le note del novel Permesso Saran conforto del tuo cor gentile. Strofe. Dammi l’orecchio aperto, Dallomi, fortunato Chi volentier voce superna ascolta; Quando in campo deserto Per lo mare indurato Mosè l’egra sua plebe ebbe raccolta, Dolente a morte giacque, Provando un giorno come assenzio l’acque. Antistrofe. Preso da rio disdegno, E da fier disconforto Allor il seme d’Israel fremea, Ma con celeste ingegno Il sommo Duce accorto, Tosto provvide alla salute Ebrea; Legno in quell’onda immerse, E l’odiata amarezza in mel converse. Epodo. Mirabil tronco, e con stupore al mondo, E con forte desir da rimembrarsi! Ma ne vide Calvario uno innalzarsi, Al cui valor questo divien secondo; Per lui non pur giocondo D’ogni fiume terren fassi l’amaro, Anzi dolce diviene ogni ferita, Anzi ogni oltraggio, anzi ogni scempio è caro, Anzi è sommo gioir perder la vita. Strofe. Mio dir non si condanni; Che io verità riveli, Per infinite prove altri sel miri: Quanti crudi tiranni Straziaro i cor fedeli, Quanti corser volando a’ fier martíri? Squadra famosa e grande, Cui devonsi di Pindo auree ghirlande. Antistrofe. Ma non corredo nave, Che con cinquanta eroi, Come Argo, spieghi di suoi remi il volo: Temo non mi sia grave Uscir di porto, e poi Fendendo l’onda tragittarne un solo; Un sol, benchè per certo Di cento più famosi adegua il merto. Epodo. Agata sacra, che d’un empio orgoglio Altamente soffrendo alzò trofei; Che sprezzò ferri, che d’incendi rei, Martír sostenne, e non mostrò cordoglio; Salda, siccome scoglio, Alle lusinghe rifiutò sdegnosa Ogni promessa di mondan diletto; Ma fra tanaglie rimirò giojosa Delle mammelle vedovarsi il petto. Strofe. Non fu ciò sua promessa Serbare al gran consorte, E per l’orme di lui correr veloce? Non fu sprezzar sè stessa, E ben costante e forte Porre in sul tergo, e via portar sua croce? Ah! che non può negarsi Splendere il Sol, quando i bei raggi ha sparsi. Antistrofe. E pur su verde aprile Ridea sua fresca etate, A ragion desïabil primavera; E di sangue gentile. E d’inclita beltate, E di ricchezza sorvolava altera: Tutto è ver; non per tanto Amò morire, e tormentar cotanto. Epodo. Ma quella morte a’ grandi onor contesi Dell’oppugnata fè crebbe chiarezza, E fe’ repente germogliar fortezza Entro gli spirti di temenza offesi. Felici Catanesi, Che la terra per patria in sorte avete, Ov’ella si fasciò nel mortal velo; Alto la fronte, o gloriosi, ergete, Il Sole infra voi nacque, e non in Delo. Strofe. Or chi vïola, e rosa, Primiero onor de’ prati, Chi miete gigli, e glie ne fa ghirlande? Chi mirra prezïosa, Chi balsami odorati, Chi d’incenso profumi oggi le spande? E chi di luce viva Splendor le nudre con licor d’oliva? Antistrofe. Io bel Cedro, che nacque Di Libano sul monte, Col pronto studio renderò canoro; E se del Gange all’acque Il Sol mostra la fronte, O se mostra all’Ibero i suoi crin d’oro, Udrà per lei mie voci Divenir inni e trasvolar veloci. Epodo. Colpa mortal, cui negherà perdono Anima saggia, celebrarsi dive Pallade e Giuno dalle Muse Argive, E de’ suoi nomi tanto alzarsi il suono; Noi porre in abbandono Vergini pure, che nel regno eterno Son dell’eccelso Dio spose veraci. Arno, miei detti non pigliare a scherno: Di nobil canto abbi vaghezza, o taci.