Italian poem
Scettro, che d'alme gemme aureo lampeggia
Scettro, che d’alme gemme aureo lampeggia Vibrar con nobil mano, E dettar leggi da superna reggia, È segno estremo al desiderio umano; Ma non si biasma invano Talor l’altrui sentiero, Quantunque in terra a sommo onor pervegna, Cotanto uman pensiero S’accicca, e lume di ragion disdegna, Quando è bramoso di reale insegna. Chi è che dentro ingiurïosi assalti Sangue versar non goda; Purchè suo stato e che suo nome esalti? O chi paventa abbominevol froda? Ma se ammirabil loda Di senno e di bontate Giammai la patria così forte accese, Che d’alta dignitate Sia co’ suoi voti al Cittadin cortese, Chi più sublime e con più gloria ascese? Or tu giugnendo fra’ civili affanni A singolar corona, Lieto rivolgi e consolato gli anni, Poichè pregio simíl non t’abbandona. Odi, che il Ciel risuona, E che di gaudio impresso Ciascun s’affretta a venerar tua sede: Ed io lungo il Permesso, Sacro alle Muse, obbligherò mia fede, Che altri non pose a te vicin suo piede. Sento fremendo errare austri possenti; Musa, stringi le sarte, L’antenne abbassa, all’impeto de’ venti Prova è di senno veleggiar con arte; Voci immense cosparte Per eccelsa virtute Svegliar son use per invidia il morso; Ma dalle labbra mute Il mortale valor non ha soccorso; Dunque per altra via prendiamo il corso. Anzi che in riva al Tebro esser secondo Fra i colli alti e famosi, Esser bramava il vincitor del mondo Primo fra’ gioghi Alpini aspri e nevosi; O dolci, o venturosi Se alla tua sorte attendi Con esso me, Giustinïan, tuoi giorni; Fra’ boschi ermi non splendi, Regni d’orrori e d’ombre; i tuoi soggiorni Veggo tra’ seggi a meraviglia adorni. Ove son più bell’Albe in ciel sereno Od Esperi più chiari? Ove di Flora, e di Vertunno, o meno Ove son di Pomona i Numi avari? Sul dorso ampio de’ mari Qui ti conduce a volo Cerere da lontan prore infinite; E dall’avverso polo Per onde, appena infra gli antichi udite, Qui ti sparge tesor nuova Anfitrite. Ma della nobil gente il pregio eterno A dir m’invoglia il core. Altri del Vatican siede al governo, D’ostro chiaro via men che di valore: Altri supremo onore Già di Nettun ne i campi Ebbe, di più degn’Argo alto nocchiero; Altri fra nembi e lampi Scosse d’iniqui rubellante Impero, Vibrando i tuoni del gran Giove Ibero. Dove corro io? di sì veraci lodi Per lo Ciel così puro, Ben potrei sulle piume in varj modi Per lunga via dedaleggiar securo; Ma fren severo e duro, Che di bell’inno ai canti Picciolo spazio trasvolar consente, Fa ch’io non passo avanti, E torno a te, che di virtude ardente Sei tanto Imperio a governar possente. Teco fra noi la peregrina Astrea Oggi abitar destina, Sì la bilancia, onde ciascun si bea, Nella tua mano in nulla parte inchina; Ma quando aura divina Fra cotante tempeste Colà securi ne rimena in porto, E da lume celeste In così folta notte abbiam conforto; Da lui per grazia il tuo cammin fia scorto.