Italian poem
Se barbarico ardire
Se barbarico ardire Per ampio spazio di valor sublime Tenta le palme prime, Nè d’Ostro asperge, tanto osando, il volto; O che senz’altro dire, Terrò sdegnoso ogni parola a freno, Od al profondo seno Sol riso in bocca mi verrà disciolto. Che fia, se Anteo sepolto Sulla riva materna Chiedesse agli alti Dei I primi lauri della gloria eterna? Cert’io mi tacerei; O s’io dicessi pur, per l’aria chiara, La cetra mia sol soneria Ferrara. Nobile alta guerriera, Che d’eterno valor ferrata il petto, Hai d’anelar diletto. Là ove sudor d’alta virtù risplenda, Par di Pallade altera, Quando a pugnar sulle volubil rote L’Egida innalza, e scote L’asta tremenda, sanguinosa, orrenda, Solo il tuo nome intenda Barbara terra, e poi Per lo gran campo sprone Dietro a tua chiara stirpe i corrier suoi; Che suoi pregi e corone Scherno saran di neghittoso piede, Se già soverchio ardir non ha mercede. A glorïose mete Entro Olimpo d’onor corse Accarino, Almo di te Quirino, Corse Alforisio, Bonifacio corse; Giudice il gran Narsete Valerio mosse in paragon non lento; Ma su piuma di vento Rapida donna i Cavalier precorse; Mosse lor dietro, e forse Mosse più nobil penna Il primo Alfonso invitto, Quando l’udì tanto tonar Ravenna, E nel crudel conflitto Dal magnanimo cor sciolse parola, Ch’oggi sì dolce per l’Italia vola. Melpomene canora, Vestì belle ale agli omeri di neve. E giù per l’aria leve Batti veloce a i Ravegnani liti; Ivi la riva infiora, Ed ergi ivi d’allor cerchio frondoso, Che in trapassar pensoso Del grand’Estense il peregrin l’additi. Ma quai cerchj fioriti, O quai frondosi allori, Pregio saran non poco Per coronar ne i più feroci ardori La destra alta di foco, Che star costrinse mansueti a segno Valorosi guerrieri entro il suo regno? Saggio il Re, che ’n fra i vivi Il bel sentier della virtute imprime; Via più se dalle cime Chiama di Pindo ad eternarsi i cigni. Re degli Esperii rivi Armò d’ambe quest’áncore sua nave Il tuo signor nel grave Egeo mortal fra gli Aquilon maligni; Altrove atri e sanguigni Mandò tuoi corsi; altrove I patrii campi asperse Di tronche membra, e di rie morti nove; In pace, orribil’erse Macchine al Ciel d’inespugnabil mura Dedalo altier fe’ la città sicura. A’ suoi tesor non parco, Con saldissimo piè corse la via. Di real cortesia Onorando l’altissimo Poeta; Ed ei le corde e l’arco Trattò così, come trattar suol spesso Il biondo Apollo istesso: Che nobil Musa al guiderdon vien lieta. Allor stiè l’aria cheta, E girò cheta l’onda, E nulla unqua rispose Giocosa voce, che spelonca asconda, E sulle piagge erbose Stetter le fere, e per udir vicini Dagli alti monti si calaro i pini. Però ch’ei fea d’intorno Udir, siccome l’animosa lancia Fu di Ruggiero in Francia Colonna spesso all’Africano ardire: E quando il lume adorno In fronte femminil d’occhi guerrieri Accesi i suoi pensieri Di fortunato, e di fatal desire: E quando incendio d’ire In stretto loco il cinse Là ’ve sotto Acheronte La corona de’ Tartari sospinse: E quando il ferro in fronte Alto tre volte all’orgoglioso immerse, E tutto Algier di tetro orror cosperse. Così d’alto ei commise All’auree corde della cetra aurata L’alma stirpe beata, Stirpe eletta dal Cielo, al Ciel diletta; E con mirabil guise, Pur d’atto eccelsa dimostrolla appieno, Non qual fiume terreno, Che sgorga rivo, indi maggior s’affretta, Or tu, di cui saetta Su da i monti celesti La destra onnipotente, Guarda, Dio, guarda da’ rei casi infesti, Guarda l’inclita gente; E tua pietate eternamente estenda Il sangue, onde l’Esperia aurea risplenda.