Italian poem
Se dell'indegno acquisto
Se dell’indegno acquisto Sorrise d’Oriente il popol crudo, E ’l buon gregge di Cristo Giacque di speme e di valore ignudo; Ecco che per la ria superbia doma Rasserenati la fronte Italia, e Roma. Se alzar gli empj Giganti Un tempo al Ciel l’altere corna, al fine Di folgori sonanti Giacquer trofeo tra incendj e tra ruine; E cadde fulminata empia Babelle Allor che più vicin mirò le stelle. Sembrava al vasto Regno Termine angusto omai l’Istro, e l’arene; Nuovo Titano a sdegno Già recarsi parca palme terrene: Posto in obblio, qual disdegnoso il Cielo Serbi all’alte vendette orribil telo. Spiega di penna d’oro Melpomene cortese ala veloce; E in suon lieto e canoro Per l’Italiche ville alza la voce; Risvegli ornai negli agghiacciati cori Il nobil canto tuo guerrieri ardori. Alza l’umido ciglio, Alma Esperia, d’Eroi madre feconda, Di Cosmo armato il figlio Mira dell’Istro in sulla gelid’onda. Qual ne’ Regni dell’acque immenso scoglio Farsi scudo al furor del Tracio orgoglio. Per rio successo avverso In magnanimo cor virtù non langue. Ma quel di sangue asperso Doppia testa e furor terribil angue, O qual della gran madre il figlio altero, Scorge cadendo ognor più invitto e fero. D’immortal fiamma ardente Fucina è su, su i luminosi campi, Ch’alto sonar si sente, Con paventoso suon fra nubi, o lampi, Qualor da’ bassi Regni aura v’accende Di mortal fasto, e l’ire e i toschi ascende. Su l’incudi immortali Tempran l’armi al gran Dio Steropi e Bronti Ivi gli accesi strali Prende, e fulmina poi giganti e monti; Ivi nell’ire ancor, nè certo invano S’arma del mio Signor l’invitta mano. Quinci per terra sparse Vide Strigonia le superbe mura, Quinci ei nell’arme apparse Qual funesto balen fra nube oscura, Ch’alluma il mondo, indi saetta e solve Ogni pianta, ogni torre in fumo e in polve. O qual ne’ cori infidi Sorse terror quel fortunato giorno! I paventosi stridi Bizanzio udì, non pur le valli intorno, E fin nell’alta reggia al suo gran nome Del gran Tiranno inorridir le chiome. Segui; a mortal spavento Lungi non fu giammai ruina in danno; Io di nobil concento Addolcirò de’ bei sudor l’affanno, Io della palma tua con le sacr’onde Cultor canoro eternerò le fronde.