Italian poem
Se per vecchiezza rea
Se per vecchiezza rea Non sbandisse i trastulli umana vita, Io scherzo vorrei far delle mie dita L’Arpe di Citerea, E frondoso Di bei pampini di viti, Me n’andrei su’ tuoi conviti, Intrecciando Inno amoroso. In cotanta allegrezza Forse agli orecchi altrui giungeria grata Per opra di mia man cetra sposata A versi di dolcezza, I cui canti, Per virtù di note scorte, Celebrassero la morte, Onde vivono gli amanti. Ma la già corsa etate Odia le fiamme degli affetti ardenti; E mal sanno volar fervidi accenti Fuor di labbra gelate; Quinci, o Clio, Volgi il guardo alle mie chiome Già canute, e dimmi come Tesser deggia il cantar mio. Omai fatto è palese Fin dall’Esperio all’Oceáno Eoo Ciò che dal buon Cantor l’alto Alcinoo Alla sua mensa intese; Quando intento Raccoglieva il suon de’ carmi, Che narrò fra perfide armi D’Ilion l’aspro tormento. Di sanguinoso affanno Sotto lucente acciar già vinti e lassi I Micenei guerrier volsero i passi Per la via degl’inganni; E destriero Con gran pini intesti alzaro, Che de’ monti alpestri al paro Appariva a mirar fiero. Chiuso negli antri oscuri Del vasto petto della belva atroce Trapassò d’Argo il popolo feroce Dentro i Dardanii muri; Nè pria sorse Su nel ciel la notte ombrosa, Che per Troja sanguinosa, Greco Marte empio trascorse. Piè di bifolchi avari Calcò l'auree magioni arse e riarse, E strinse il mietitor le spiche sparse Sovra gli arati altari. Per tai modi Trionfaro i regi Argivi Se non vili, almen non schivi Delle insidie e delle frodi. Non come fier leone Si mostra ognuno, in campo empio di Marte Alcun procura di acquistar con arte Le palme e le corone; Ma non vaga Fosti mai di dubbie glorie, Nè tuo stil rubar vittorie Unqua fu, stirpe Gonzaga. L’asta di Federico Sonando ora su' petti, ora su’ terghi, Orribile a mirar, ruppe gli usberghi Del Francese nemico; E ritolto Scettro ingiusto all'altrui mano, Serenò l’ampia Milano, Che di duol turbava il volto. Del Taro in sulla riva Rompendo il corso dell’ingiurie estreme, Fe' Francesco seccar barbara speme, Allor che più fioriva; Crudo gielo Scosse il core al fiero Carlo, E l'imprese, di che parlo, Furo sposte al chiaro cielo. Ma te, cui la lor gloria, O di quei veri Eroi vero nipote, E sulla sera e sul mattin percote Con fervida memoria; Volgi in petto Sul miglior de' tuoi verd’anni. O Francesco, che gli affanni Sanno al fin produr diletto. Mira, che in alta sede, Vinto d’ogni rio mostro ogni periglio, D'Anfitrion l’esercitato figlio, È di gran pregi erede. Colmo il seno Ad ognor di pace immensa Pasce nettare alla mensa Degli Dei nel ciel sereno. Alle magion superne, Scorto dalla Virtù, tal te n'andrai, E colassù posando almo godrai Bevande alme ed eterne; Or qui godi, Che tua regia al mondo appresti Bei licori a quei celesti Ben sembianti in nobil modi.