Versos Italian Gabriello Chiabrera Su Pindo eccelso delle Muse albergo

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Su Pindo eccelso delle Muse albergo

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Su Pindo eccelso delle Muse albergo, Non già di gemme e d’oro, Ma di lodi ha raccolto ampio tesoro Febo, che immortal arco appende al tergo; E quando io posi su quei gioghi il piede, Dell’alte Chiavi egli onorò mia fede. Dunque oggi lieto, e più che mai giojoso, Con larga man ne spando A forte celebrar, gran Ferdinando, Tuo nome, grande in adoprar pietoso, E grande in sostener d’Astrea beata L’alme bilancie con la man scettrata. Lume, a cui molti non drizzaro il viso, E fur famosi in terra; Bene i gorghi di Senna, orribil guerra, Fe’ torbidi gonfiar di sangue anciso. E tonar seppe in più crudel battaglia Cesare armato, e funestar Tessaglia. Ma che Roma affliggesse un duolo indegno, Empio occupollo oblío; L’altro, che di più mondi ebbe desío, Fe’ servo all’altrui voglie il patrio regno, Cupido di mirar fiaccate e basse L’altere corna al soggiogato Arasse. Sì folta usa addensarsi, ed orrid’ombra Intorno al guardo umano, Che nostro studio in contrastarla è vano, Se celeste favor non la disgombra; Ed egli empie di luce il real ciglio, E fa nuov’Argo del gran Cosmo il figlio. Quinci pace immortal cinta d’oliva, E Cerere granosa, E Bacco, e di Vertunno aurea la Sposa Ei ferma d’Arno in sulla nobil riva, Onde i crin di bei fior le grazie sparte, E la bella Acidalia unqua non parte. Poscia nel grembo all’oceáno atroce Vara boschi spalmati, Carchi di duci, che su’ petti armati Fanno in oro vibrar purpurea Croce, Ver cui mirando gli Ottomani arcieri, Colmano di spavento occhi, e pensieri. O Febo, o Sagittario almo di Delo, Forniscimi di piume, Ma di veloci oltre l’uman costume, Ma di possenti a sollevarmi al cielo; Non mai di precipizj orror mi prese, Servendo a’ veri onor d’Eroe cortese. Qual è dal negro Eusino al mar d’Atlante Inespugnabil mole? O qual ne i gorghi, onde risorge il Sole, Tiranno forte a non cangiar sembiante, S’ei mira a volo su i Nettunii regni Gir minacciosi di Toscana i legni? Oh come risuonar forti catene Sentesi ognora! oh come E ripercoter petti, e stracciar chiome, E con pianti inondar scogli ed arene E chiamando Maoma, ululi e gridi Scotere il cielo, e di Livorno i lidi! Ma tutto intento a’ sacrosanti altari Il vincitor sospira. Chi pugnando quaggiù palme desira, Il Rege eterno ad adorare impari. A’ cenni suoi non è contrasto; ei tuona Sul rubellante, egli il Fedel corona.