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Tosto, che di valor s'erge sublime

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Tosto, che di valor s’erge sublime Anima fortunata, Che di vil plebe non saetta il segno, Del bel Parnaso in sull’aeree cime N’alzan voce beata Le vaghe Dee, ch’anno ivi eterno il regno. E su canoro legno D’auree corde felice Move destra per lei Febo lucente Della Morte, e del Tempo espugnatrice: Arida Invidia, che da lunge il sente, Gonfia il cor di venen, geme dolente. Ma tra’ mortali invidïosi e rei, Cigno di Dirce amico, Soavi modi lusingando spira: Dunque, benchè sonar plettri Febei, Già fe’ il Dandolo Enrico, E come non mortal Pindo l’ammira. Tu la Tebana lira Alto contempra all’arco; Di’, che di Tifi ei pria s’aprì con l’arte, Indi col ferro, al gran Bizanzio il varco, E scosse per l’Egeo l’isole sparte Su’ campi di Nereo turbo di Marte. E pur quando canuto i legni ascese, Spargeva Invidia voce: Giason di gel per Oceán sì vasto? Ma nulla il cor l’invida voce intese, Ma membrava feroce Nestore a Troja, e sotto Tebe Adrasto, Allor ch’alto contrasto Fu dell’altrui rapina, E guerreggiando il violato impero, Armò l’etate al tramontar vicina; Se ben aspro voler ruppe il sentiero, Quasi onda di torrente, al bel pensiero. Dolce mirarsi alma corona in fronte: Ma pur ciascun mortale Adori il Ciel per la beata sorte; Cui d’Edipo non son, cui non son conte Di sua stirpe reale Tragiche voci? Istoria empia di morte. Già del fratel men forte Lunge errò Polinice, E per la Grecia regnator bandito, Offerse al guardo uman vista infelice; Al fin girò, d’Argo fecondo al lito Spinto da ria fortuna, il piè romito. Ivi impetra real Vergine sposa, E di pugnar consiglio Tenne col re sovra l’ingiurie estreme, Ed ei ratto inchinò la fronte annosa; Che mal scerne periglio Pensier mortale, ove all’imperio ha speme: Così feroci insieme Sorsero Argo, e Micene, E dell’Etolia fulminosi i cori, E tutte fiammeggiar l’aure serene. Feano sul duro acciar le gemme e gli ori, E sparsi in ostro gli eritrei splendori. Ei chiuso d’elmo in faticoso usbergo, Lieto nel cor vedea Sotto i ferrati piè tremarsi il prato; E nevoso la chioma, e curvo il tergo, Gli occhi stanchi chiudea De’ bronzi intorti al formidabil fiato: Ben tra le schiere armato, Ben minacciar le mura Poteva Adrasto a Polinice infide; Ma fu dall’alto con mirabil cura La patria il Ciel nella battaglia vide, In duro tempo, difensor d’Alcide. Quinci le fauci immense apre la terra, E i sommi duci inghiotte; Quinci il Ciel Capaneo fulmina orrendo Là dove anco ei più fier fulmina in guerra. Ei già sparte, ei già rotte Le moli immense, ed ei già salía vincendo Quand’ecco stral tremendo Dalla destra alta eterna Gli ossi, i nervi, le membra arde e dissolve; E come d’Issïon la rota inferna L’acceso busto per lo Ciel travolve, Spettacolo funesto! in fumo, in polve. O man, già per lungo uso a trovar presta Gli acuti modi e gravi, Suono da Febo agli altrui pregi eletto, Perchè sull’ore dolci atra e funesta Tra le corde soavi Hai lungamente di toccar diletto? E tu per or nel petto Frena, o lingua vagante, Le note, i versi intorno a Tebe audaci, Che là ne chiama il fier Leon volante, Ov’ei spiega, ruggendo, unghie vivaci, Bel vincitor sopra gl’imperj Traci. Ned ei sì forte in vêr l’aurora assalto, Nè di Nettun su i regni Mosse di sangue maculato e tinto: Ma ciò che in terra feo, ciò, che nell’alto, Mal capiranno i segni, Onde un sol canto di mia cetra è cinto; Ben posso dir succinto, Che s’or tra l’armi ardisce Adria, e se in guerra ogni suo lauro è certo, Se d’ingegni, e di leggi aurea fiorisce, Se calle trova a somma gloria aperto, Solo d’Enrico glorioso è merto.