Italian poem
Timossena
by Giacomo Zanella (1820–1888)
Fra l’ombre degli eroi teco a severi Colloquî assise e le recenti grazie Di carissima donna aurei, Plutarco, Correvano i tuoi dì. Nelle gioconde Piaggie di Cheronea teco cresciuta La bella Timossena idalie rose Avvolgeva al tuo crin grave di lauri Apollinei. Ridendo il capo alzavi Dalle pagine tue, quando furtiva, Il piè sospeso e l’indice sul labbro, Quella gentil nelle tue stanze entrava. Pari a luna nel bosco. E la tua tazza, Traboccante di mêl, di assenzio infusa Mai non avrebbe Amor, se di litigi In dolorosi labirinti avvolto Di Timossena non t’avesse il padre,
Segreti odî spargendo e di contese Sollevando gran fiamma. In due divisa, Figlia ancor vereconda e sposa amante, Gemea la donna e paurosa il guardo A quelle fronti ergea rannuvolate, Qual se guizzante vi scorgesse il fulmine Di ruine foriero. A tarda notte Mai prima non udì rieder lo sposo, Che nuda il piede com’era e disciolta Le bellissime trecce ad incontrarlo Non accorresse e di domande e baci L’assalisse. Tremava or del ritorno, Come d’ospite ignoto il passo udisse Ascendere le scale. Invan dal core Provossi cancellar le ricordanze De’ suoi giorni infantili e di altro sangue Credersi nata e d’altra casa uscita; Che corrugata la paterna immago Risorgeva ne’ sogni a rinfacciarle Il codardo pensier. Sola sedea; E di nascoso pianto gli origlieri Inondava del talamo. Una notte Piangendo si addormì. Le parve in sogno Un gran monte veder; a’ fianchi attorta Serpeggiava una via di lauri ombrata E di candidi marmi. A lei del monte Prender pareva la salita ansando E trafelando al cominciar; ma lieve,
Come se un’aura la levasse a volo, Sentìa farsi il cammin, quanto dell’erta Più guadagnava; e dileguar l’affanno E serenarsi il cor, tosto che un’ara Agli occhi le s’offrìa fra i mirti ascosa, E coll’arco alle spalle il simulacro Dell’immortale Amor. Destossi all’alba, E fra mesta e fidente appresentossi Allo sposo: «Se mai stilla di dolce Da me, Plutarco, avesti e non del core Tutta uscita ti son, questa preghiera Mi adempi, gli dicea, che un Dio m’ispira, Provvido, immenso, onnipossente Iddio, Cui siam cari ambedue. Sull’Elicona Non è sol delle Muse il santo albergo E la reggia d’Apollo: anco all’Amore Vi sorge un’ara, a cui venir son use Le tebane fanciulle e di colombe Vittime offrir, se nel garzon diletto Veggon per caso intiepidir la fiamma Che altra volta lo ardea. Fedele amica Sovente mi narrò, che coll’aita Grazïosa del nume il cor riebbe Dell’amante; e di spose e di mariti Dopo lunga tenzon pacificati Corron storie mirabili. Domani Moviam colà: si adunino i parenti E gli amici con noi. Voglio di Amore
Porger sull’ara anch’io mie libagioni Per salute del cor, che sanguinente Porto in sen da più lune e ben tu ’l vedi.» Della donna sull’omero la destra Posò Plutarco intenerito, e gli occhi Pregni di pianto in lei fissando, il giuro Le rinnovò del non cangiato affetto Per cangiarsi di tempi. «E se ti amai, Soggiungeva, dal dì che sul mio seno Reclinasti il bel capo, e di tua vita Mi affidasti il governo; e se potesse Crescere l’amor mio, ben più diletta Or saresti al mio cor, pur come gemma Tratta dal fondo di turbati mari, Che più cara risplende. I dubbi acqueta, O mia soave desolata: intero Il tuo regno rimane. E nondimeno Se ti piace così; se tanto speri Nella possa d’amor, domani all’alba Andiam sull’Elicona; e gli aurei nodi, Ch’ira di parti rallentar non vale, Novamente pregato Amor confermi.»
Di mattutina nebbia ancor velate Le falde eran del monte, e non veduto Già le sue cime illuminava il sole. Con lungo mormorìo di giogo in giogo, Di vallone in vallon sciogliea le chiome La divina foresta a ber la pioggia Del vitale splendor. Lenta saliva La bella compagnia per torto calle, Ora al sol discoverta ed or nascosa Dietro i fianchi del monte. Il lungo velo Di Timossena fluttuando addietro Si portavano l’aure. In volto impresso Ella del core lo scompiglio avea: Pur quella festa del creato: i fiori Di rugiada stillanti: l’usignuolo Ch’impaurito abbandonava il nido Al suo passar: di Copa il lago a manca, Il Parnaso a diritta e trasvolante, Con teso collo, altissima ne’ cieli La grù smarrita che le sue compagne Sull’Emo iva a trovar: cotanto riso Della terra e del ciel di muta gioia Colpìan la pellegrina. A lei Plutarco Di Ascra il fonte additava e sculto in bronzo Il poeta de’ Giorni, a cui le pecchie
Ancor sul labbro deponeano il mèle. Poi di Lino il sembiante e di Tamiri All’arpa infranta e alle pupille spente Raffigurava; e proseguia narrando Vetustissime età, come di Tracia Scesi i primi cantori all’Elicona Venner raminghi, ed al virgineo coro Il laureto sacraro e le fontane Ignote ancora. «Di qua mosse il canto Che simile, dicea, d’eolia lira A lontano concento; o come quando A poco a poco il mar s’increspa e bolle Con crescente romor, pe’ continenti D’Ellade immenso si diffuse, e l’inno Omerico destò sull’altro lato Dell’Ellesponto.» Tal parlava; ed ecco Al piegar della via l’antro di Apollo, E coll’ellera al crin Bacco e Sileno Barcollante nel marmo. All’antro appesi Eran timpani e trombe; e sulla soglia Quinci Pindaro e quindi il coronato Di asiatiche rose Anacreonte, A cui sull’arpa con calati vanni Dormiva una colomba. Immoto il guardo L’ansia donzella vi tenea; ma l’alma Le vagava pel bosco. E già de’ lauri Vedea fra l’ombre biancheggiar nell’alto Il tempio delle Dee: già d’Aganippe
L’onda diffusa udìa romoreggiante Scendere a valle. Alla gentile un gelo Or le vene stringea, come al cospetto Di paventata deità. Si avanza Ove un boschetto di mortelle adombra, E vede la sognata ara ed Amore Stante coll’arco e la farètra. Il volto Si cangiò della donna: al piè le scese In dilatata maestà la veste, E parve maggior farsi e più che umano Della sua voce il suon. Pose l’incenso Appiè del nume: si scostâr gli astanti In tacita corona. Or mentre l’aura Rapìa stridendo le odorate nubi Che ricadean bianchissime sul bosco, Ella infocata i rai, sparsa le chiome, E le labbra tremanti, «O di natura Primo sire, sclamava, o delle cose Possente innovator, cui l’ansie madri Del casto bacio della figlia orbate Adorano piangendo, odimi, Amore, Poichè sacra ti son. Non io t’invoco Quale sull’are di Corinto infami Discinta la venal sacerdotessa Forsennata t’implora. Eterea possa Che l’universo trasformando avvivi, Te chiamo, inclito Dio, che l’ali d’oro Sovra l’orme del tempo affaticando
Le ruine fecondi, e nelle sciolte Ceneri allumi l’immortal tua lampa. Perocchè, quanto vive, inesorata Discolora vecchiezza e morte atterra Con lenta pugna. E non pur erbe e piante, Ma lo stesso del sol splendido cerchio A poco a poco con assidua lima Logora il tempo. E già vôto deserto Forano i campi, senza frondi il bosco E senza canto, se le vecchie stirpi Non ricreassi, Amor, co’ destinati Connubî; e dopo il verno alle campagne Non rimenassi co’ fecondi nembi L’alba di primavera. Al moribondo Calice delle rose il germe involi, Che i vedovati cespiti rinfiora; E colla piuma, che cadea dal fianco Dell’annosa cicogna, il chiuso nido Al tremebondo cicognin riscaldi. Voli fra gli astri; e de’ pianeti estinti Ventilando la polve a’ giovanetti Soli prepari le purpuree cune. Come rotante turbine procedi Novi lacci stringendo e lacci antichi Rallentando; è la sera alle tue spalle; E l’astro del mattin le chiome accende Nella tua lampa. Ecco io ti seguo, Amore, Alleggerita de’ vetusti nodi;
E le sante tue leggi, a cui s’inchina Tutto il creato, lietamente adoro.»
Tacque la donna. All’ispirato accento Stupîr gli astanti: ma d’un vecchio lauro, Che sull’altare protendea le fronde, Poggiato al tronco in dolcissimo pianto Segretamente si sciogliea Plutarco.