Italian poem
Sermone XXVI
by Giacomo Zanella (1820–1888)
Come le foglie inaridite a mille Cader vediamo allor che scarsi e lenti Dalla nebbia autunnale impallidito Manda suoi raggi il Sol, così le umane Vite a mille pur cadono; chè quanto Al mondo nacque a certa morte è dato. Immemore di questo o paurosa Erra la turba che superba o vile In vane ambizïose invide cure Miseramente i dì consuma, e tiene Più della bella fama il viver caro. Chi da viltade o da superbia offeso Non abbia il core e l’intelletto, in basso Loco l’amore, la speranza e l’opra Cieco non pon, ma gli atti e le parole
Del volgo innumerevole sprezzando Alla santa del ver luce il desio Alza e all’eterna idea, da cui s’informa Giustizia e Carità, che l’età nostra, Dal turbine di error mille travolta, Odia, rinnega, in bando caccia. Indarno Fuor di se stesso l’uom cerca la pace Che il mondo toglie, ed a lui porge amica La pura coscïenza, onde sostiene La sorda guerra di fortuna rea Intemerato e forte. E in Dio fidando, Per esso vive, e sa che a lui ritorno Farà, se i doni suoi volga e consacri A gloria sua. Ma di Dio la gloria Non canta, no, con profanati accenti Chi fredda ha l’alma o da contrarie voglie Turbata e vinta, e chi langue nel turpe Ozio, alla terra inutil pondo e grave, O da pazze discordie inebriato Infiammi l’ire de’ fratelli, e il pianto Empio e codardo ne derida. Ah! questa, Questa non è la legge a noi discesa Da Lui, ch’è Padre e Signor nostro, e fece Ad immagine sua la sua fattura. Il sudor della fronte a noi procacci, Ed agli altri spezziamo il pane vero, Il vero pane della vita nostra Che lo spirto immortale avido cerca, Se da malizia od ignoranza il varco Al diritto cammin chiuso non trovi. Vive lo spirto in noi dai lacci avvolto Delle membra caduche ancelle a lui Sovra l’esterne cose a regnar nato Con incessanti sforzi e coll’alterno
Di conforti ricambio, onde ciascuno L’un l’altro aiuti a sopportar la croce Ai nostri omeri imposta; affinchè degni Il soffrire magnanimo, la fede Salda nel bene e l’operoso amore Ne renda dell’eterna aurea corona Che Dio riserva ai popoli redenti. Chi nel senso mortal vegeta e cresce Quasi animata pianta, e in sè la pura Arder non sente angelica favilla, Che la mente ed il cor agita e inspira, Se il fango lasci, ch’egli chiama vita, Crede e teme morire, e mai non visse. Ma chi le fuggitive ore segnate Al terreno suo corso, umile e pio, Senza ipocrite larve a Dio sacrava, O l’ingegno o la mano affaticando In provvide severe o industri cure, Ed agli altri porgendosi benigno D’opra e consiglio; con sereno volto China alla morte il capo, e scioglie il volo, Da superne speranze avvalorato, Dove comincia la seconda vita. E vivendo nel cielo, in terra lascia Una mesta e soave rimembranza, Che a morte fura il desïato nome Sculto nei freddi marmi e più nei petti D’amore accesi e di pietà; chè tarda, Ma certa spesso dell’ingrato mondo È la pietà che le virtudi onora Di quanti, agli altri più che a sè devoti, Trassero i giorni faticosi ed egri, Nell’adempiuto ben solo conforto Quaggiù trovando, pria che nell’angusta
Cerchia le trepidanti ossa sepolte Una votiva lagrima consoli. Tale è l’umana razza, che gli estinti Piange e il calice amaro appresta ai vivi Per compiangerli poi. Così permette Il benigno Signor nel suo secreto Perchè nostro intelletto in alto l’ali Sollevi, e l’alma pel dolor temprata Nella pugna del mal vinca secura. Non per questo vorrai meno lodato Di esequie ricordevoli il costume E l’onor de’ sepolcri; chè dal sacro De’ tumuli silenzio esce una voce Che parla ai vivi, e a meditar gli sforza La vanitate dell’umana polve, E a ripensare il verbo di Colui Che mai non falla. Oh! qual dolce mestizia E puro affetto all’uom, che crede e spera Ed ama, in cor risveglia de’ sepolcri La vista, e come orribile si rende A quello che d’amor privo e di fede E di speranza, a Dio vôlte le spalle, Ha di sè fatto, bestemmiando, un Dio! Che se dintorno alla funerea bara Ascolti mormorar la pia preghiera, S’arretra e fugge, e sull’impuro labbro, Avvezzo a maledire, arresta il suono Dei sacrileghi detti, onde alla terra E al cielo insulta. A lui plauda e compiaccia Il servo gregge, che gli fa corona, Adulando alle colpe fortunate, Finchè dal peso la bilancia vinta Dell’eterna giustizia ne tracolli. Fortunate talor sono le colpe
Ma felici non mai; chè del rimorso Inesorabilmente le castiga L’acutissimo dardo, e, più tremenda Della morte, l’infamia. A questo vero, O gente sciocca dispettosa e dura, Guarda, e t’accolga Iddio nel suo perdono Come a te stessa andrai pace gridando, E pace al mondo che sospira pace. Oh! quante volte ripensando ai tristi Umani casi da vergogne mille Contaminati e mille, io degni estímo D’invidia i morti e di compianto i vivi. Doloroso compianto! e pur non temo Che l’antico avversario al ben prevalga Eternamente nella lotta acerba. Nè fia che la diletta unica speme Mi lasci, e prego che le stanche menti Conforti di vigor novo. Ma dove Di pensiero in pensiero errando il mio Melanconico verso mi trasporta? Pace agli estinti e ai vivi io dico, e parmi Che in buia solitudine la fioca Voce non si dilegui. Abbiti pace, O tu che nella fredda urna riposi; E pace abbiate voi, quanti riscalda L’alma luce del Sole ad altro nati Che a lacerarvi e a maledirvi insieme. Deh! non falli l’augurio, e le fraterne Ire domate nei fraterni petti, Benediciamo a Lui, che fra le spine Di pudico rossor pinge la rosa, E per aspro sentiero il giusto e il forte Del sempiterno Amore al bacio invita.