Versos Italian Giacomo Zanella Sermone XX

Italian poem

Sermone XX

by (1820–1888)

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Due doti sono, che di rado unite Vanno nel mondo, il palpito soave Del core e della mente il guardo acuto; Ma che disgiunte fan contraria prova Spesso all’indole loro, onde si piange La speranza che tronca in erba more. Dell’intelletto se la vista è corta Inferma o losca, un languido barlume, Un infido bagliore, una confusa E stravolta d’immagini congerie Gli balena dinanzi, e in cento parti Repugnanti dal ver si trasfigura. La mobil fantasia, cui scalda l’ali Il mal temprato affetto, incauta spinge Ad abbracciare come cosa viva Di leggiadro vapor nube vestita; Mentre del raggio fervido, che scocca Direttamente, dal fulgore offesa Giace la pigra e timida pupilla. Ma se l’ingegno di superna vampa Splenda, e nel petto alla gentil pietade Chiuso si taccia il battito secreto; Oh quali versa d’infeconda luce Sull’arida, deserta e morta arena Inutili torrenti, e qual sinistro Lampo dardeggia a suscitar dal fondo

Di malèfici influssi impuro nembo! Il senno alla bontade, il sentimento Alla ragion si attempri, e di sincero Gaudio paga sarà l’interna voglia, Che mai pace non ha finchè discordi Son nostre facultadi, onde il verace Apprender certo e il ben amar n’è dato. Di loro armonizzar maestra è l’arte, Che il fanciullino per la mano piglia Dapprima allor che mal secure stampa L’orme con piede incerto, e dai soavi Labbri pendendo della dolce madre I cari vezzi e i cari baci alterna; E poi che legge nel paterno volto Pronta degli atti suoi lode o rampogna Scosso al severo balenar d’un guardo, E confortato del benigno riso, Che misto a reverenza affetto ispira. Indi lo guida grandicello o tenta La compagna fedele entro le porte, O cedevoli troppo o troppo dure, De’ garruli licei guidarlo; e spesso N’esce intronata, intimorita e vinta, Per qual colpa e di cui non dico, quando Pur non le fosse dell’entrar negato L’assenso dove della sferza al fischio, Rumoreggiando del polmone il mantice, Si travaglia a gonfiar di poco vento I palloncini, che lo scarso vano Apprestano d’intorno e tumidetti Poi lanciansi a scherzare all’aure in preda. Ma, varcato degli anni il più ridente Cerchio, l’amica e vigile custode O attenda fuor delle loquaci scuole

Mal di ciance pasciuto, o fuor conduca Dai taciti recessi ove la fonte Di limpida dottrina si disserri, Sempre l’alunno suo già fatto adulto Lascia; ma prima che il ritroso passo Da lui rimova: ecco, gli dice, è tempo Ch’io di te stesso a te piena confidi Cura sagace. Al libero governo Dell’alma intendi sì, che di superbe Voglie codarde mai schiava non sia; Nè per oscuro carcere, travolta Da moltiforme errore, ebbra si aggiri; Nè per baldanza d’ogni freno schiva I nodi rompa, che in giustizia e pace E fede e carità legan le genti. Deh! il vano lusingar non ti seduca Di scorretta beltade, e non ti adeschi, O ti sgomenti della turba insana Il volubile plauso, o il fischio e l’ira. E più che il plauso, a sfolgoranti colpe Talor serbato, il placido riposo T’alletti, onde si allegra la pudica E modesta virtù che dello sprezzo E dell’odio trionfa. Oh della vita Non pianger no la fuggitiva larva Mentre dell’ore in cui si parte accusi La noiosa pigrezza, e di sbadigli O di frivoli giochi il vuoto n’empi. Pensa che quanto più breve è la prova, Tanto più incalza a renderla compiuta E feconda di ben la fuggitiva E scarsa larva della vita nostra. Nè la tua prova rassomigli a quella Di famelici cani, allor che getti

Fra loro un arid’osso, a cui s’avventa L’uno e poi l’altro furïoso; e l’uno Lo strappa all’altro, che digrigna i denti, I peli arruffa, e ringhia, e assanna rabido Ora l’un capo della magra preda, Ora del prevalente emulo il dorso; E dopo lunga pugna, sollevato Di polve un nembo e il suol di sangue intriso, Lascian digiuni laceri anelanti, Schiuma grondando dalla bocca e fuoco Dai torvi occhi spirando, il fiero campo E l’arid’osso e la deserta arena. Veglia e fatica col pensiero e l’opra: Il sonno e la quïete a veglie nove Ed a nove fatiche le prostrate Forze richiami. Se l’invidia bieca Ti guarda, non curar, ma il corso affretta; Nè lei mirando perderai l’istante, Che invan più tardi piangeresti. Ingrata Di villane repulse e di bugiarde Blandizie e di volpine arti farai Diuturna esperienza. Il capo scoti; E se la lingua snodi, un dardo scocchi Che le proterve fronti agghiacci e passi. Di ogni opra al fin, rispetto ad essa, attendi; E più rispetto al fin cui l’opre tutte Si convergon con noi, come ne détta II decreto immutabile d’Iddio. Te medesmo conosci, e reggi e vinci; Degna vittoria, e reggimento certo, È rara conoscenza, a cui di mille Alteri vanti non s’agguaglia il pregio.