Italian poem
Sermone XXIII
by Giacomo Zanella (1820–1888)
Poichè la casa del vicino avvampa, Dalle tue soglie esterrefatto balzi, Gridando — al foco, accorrete accorrete — Con affannosa voce; all’opra inciti, E all’opra aneli. Ma rotte le travi, Coi sottoposti palchi ruinando Giù il tetto cade, e la sepolta fiamma Più non minaccia alle propinque stanze In cui ritorni e placido riposi, Senza che nulla più cura ti prenda Del vicino che povero ed ignudo Colla consorte e i figli erra cercando Chi di pane e ricovero l’aiuti. Il ciel s’abbuia, e ti colori in viso Di novella pietà, mentre fra i tuoni, Ed il tocco feral della campana, E lo scoppio di folgori guizzanti La fragorosa grandine flagella Le bionde mèssi nei feraci campi. Ma in breve dileguandosi le nubi, Il Sol ritorna, e delle intatte spiche Ne’ felici tuoi solchi il capo indora. E pur le ciglia aggrotti meditando Quale a te venga dalle altrui sventure Lucro beato, e delle tue conforto Ed allegrezza prendi allor che piena,
Di malvagia stagion contro l’offesa, Attendi larga e fortunata emenda Dal prezzo avaro. Nè ti scuote il grido Del popolo che freme e che delira Dietro a torbide larve e sanguinose; E dal tuo volto e più dagli atti apprende Il nome a maledir di quella schiera, Che a te pel nome e per l’avito censo, Non per la mente onesta e i chiari esempi Dell’affetto gentil, si rassomiglia. Per cieca rabbia e disperata fame Una lurida plebe si scatena Qual belva furïosa? E tu raddoppi Con fermo polso le ferrate sbarre; Nè un obolo dall’arca rugginosa Togli fidando che l’irato nembo Al cenno fugga di potente verga. E ancor ti affidi nelle usanze note Di chi, porgendo ai miseri salute, O refrigerio e balsamo soave, A te concede di vegliare a studio Del computo, cui cifra a cifra aggiungi Arcanamente. O fra le colme tazze E le sonore ciance vaneggiando Del tempo in onta e della rea fortuna, Con beffardo pensier le meste e gravi Cure discacci, disprezzi, deridi. Così discarchi di novello pondo I pigri ed ozïosi omeri degni Di peggior soma e di più acuta sferza. Ed il rimorso no, che non penètra Sì dura scaglia, nè cessar ti piace La vergogna che il bronzo non colora Della tua faccia; ma il dir delle genti
Vincer presumi con maligne note, Onde fai schermo all’anima superba E trista e vana, che il ben far non pate, Ed alle oneste laudi invidia porta. Vedi colui, che dispensar procaccia Il pane della vita al poverello, Ne’ squallidi tuguri visitando Infermi vecchi e vedove deserte Ed orfani digiuni? Oh non è questa, Questa non è di carità verace La pura fiamma, griderai; ma vampo, Forse d’orgoglio e di lascivia nato! E n’hai ben donde; che degli altri imprendi Da te medesmo a giudicare. Al padre, Dalle fatiche o più dai vizi affranto, Dell’ospizio fatal s’apran le porte; E fosse pur di palpitanti membra Ammorbato sepolcro! Il figlioletto Stenda per tempo al passeggier la mano; Per tempo i mali a sopportare impari Di sua condizïon colla gioconda Faccia, che in ben coll’uso li trasmuta. E la solinga donna, a cui s’infiora Di fresche rose ancor la bella gota, Le lagrimette cessi ed i sospiri, E alla ragion dell’abbaco s’inchini. Con sinistri presagi una malnata Turba cresce d’intorno e si propaga? Al lontano avvenir pensino i nostri, Quando presente fia, tardi nipoti; Chè per suprema legge unica e vera Dell’Io la legge avrò come i più saggi, D’infallibil bilancia al certo segno, Fanno; benchè diverso il detto suoni.
E pur talvolta in suon grave arieggiando Dirai che fuori il mondo si sbalestra Dai rugginosi cardini; che nova Arte si chiede a ricomporre il mondo; E che dell’arte i magici segreti Il mondo ignora o non apprezza. Acceso Di magnanimo sdegno al ver simíle Una pietra recar dove s’innalzi Di solide colonne il fondamento Indi ricusi, e in un l’opra e il disegno, Se il piè ti basti, ancor d’un calcio offendi. Alle gonfie parole, agli atti alteri Il volgo sciocco attonito restando, Dell’invida codarda avara tempra, Non che accusarti, sospettar pur osa. Molte le strade son, che ad una meta Aprono il varco per diverso calle; E chi nol sappia, alla canina bava Dell’uno guardi, e al miei che dolce scorre Dalle labbra dell’altro. Oh bei costumi, Ove n’andaste dell’antica etade? E quando fia che a voi torni la gente, E in pace addormentandosi non turbi Con importuni moti i sonni alterni? Senza contrasto andar verso la china L’acqua lasciate. A temerario volo L’estro v’accende, e di compianto degni Siete; o in fondo pescate, e il nome vostro, Il nome vostro.... ve ne scampi il cielo! Se la fame, gl’incendi e le feroci Ire non temi di corrotta plebe, Dimmi, il pestilenzial morbo non temi, Che a serpeggiar per l’itale contrade Spesso tornando con strage infinita
Il terrore vi sparge e la sciagura? — Le vite che più logore dagli anni O dagli stenti son, miete la morte, Che pei fetidi oscuri antri la falce Inesorabilmente intorno mena. — Se non ti duoli che non abbia il volgo Già solo un capo e l’anima con esso Tramutisi per sempre, almen ne scordi Le fraudate mercedi e le fatiche; E a dramma a dramma colla mente libri Il pubblico tesor quanto si stremi. Ma dai fetidi oscuri antri s’innalza Un maligno vapor, che de’ superbi Palagi invade le ridenti sale. Non pur dall’alto al fondo, anco dall’imo Al vertice, di Dio l’ira tremenda Passeggia flagellando. Il duro annunzio Alfin ti basti. Di orfanelli smunti Una squallida turba s’incammina Alle tue porte e batte: e tu le schiudi Un benefico asilo? Oh ch’io m’illudo! Tu per ristoro de’ passati affanni Nuove feste prepari e a nuove danze Il piè disnodi. Sciagurato e stolto, Mentre de’ vivi alle miserie insulti; A te giova danzar con fronte allegra Sulle tombe de’ morti? Io qui ti lascio.