Italian poem
Sermone XXI
by Giacomo Zanella (1820–1888)
Finchè alla plebe misera, che langue E piange e freme, e dall’error sospinta Va brancolando per la notte oscura Che le cresce d’intorno, un tozzo io getto Di amaro pane, nè di lei pietade Altra mi vince; io dell’ingrata plebe, Invida e bieca e alle mal’opre vôlta A che mi lagno? Di pallor le gote A che mi tingo, e un brivido per l’ossa Tutte mi corre, se del lezzo impuro In cui s’adagia con ferina usanza, Vedo fuori sbucar quasi un armento, Che intorno propagandosi, di nove Belve selvagge, indomite e proterve Popolando la terra, a’ danni nostri Con rabbia irresistibile prorompa? Forse i padri peccâr; ma se ne’ figli Ancor l’ignavia e la baldanza dura E il gelido sospetto, e ciechi e stolti Non pensan qual della semenza ria, Sparsa per lunga e tenebrosa etade, Frutto si colga di malvagia pianta; Nè curano fidar con mano industre E amoroso pensiero eletti semi A vergine terreno, onde felici Sorgan rampolli ed arbori fecondi;
Oh quali ad essi pendono sul capo, O penderanno in breve alla delusa E vana inconsapevole progenie Per essi nata, orribili sciagure! Finchè i lontani e del lor meglio accorti Nipoti non emendino degli avi Le involontarie colpe; e al santo vero, In cui la innamorata alma si specchia E pace trova e libera sorvola Oltre la cerchia degli umani inganni, Traggan le genti affaticate e stanche. L’aure assordar di flebili lamenti Dimmi che giova, se l’ingegno e il nerbo Manchino all’opra? e di più bella etade Fantasticando ignote meraviglie, Del noto strale ricalcar la punta Verace in petto alle dolenti turbe? Alle dolenti turbe, inferme ed ebre, Che a torbide e corrotte acque beendo, Stupidamente aggiransi d’intorno Con sitibondo labbro a cui si nega Il ristoro di limpida sorgente. Mal abbiasi colui, che dell’umana Schiatta in armento stupido conversa Tanto si duole meno o più si piace, Quanto si affida più col lieve cenno Della verga trattare un gregge muto. Che indocile talora ogni ritegno Spezza e i ripari abbatte, e guasta e schianta, E dove il lusingar oda fallace Con cieco istinto ribellando corre; Sì che la terra d’uman sangue rossa Agli atterriti popoli, per lunga Infelice stagion, degli empi voti
Con fumanti macerie il fin ricordi. Chi al lume di ragion si riconsiglia All’occulta del mal prima radice Intento bada, ed al soccorso pronta Reca la mano; e prevenir gli giova Accortamente e con benigno viso, Più che cessar con dolorosi e tardi Importuni rimedi, i nuovi danni E le certe rovine e i fati acerbi. Acceso il petto di verace zelo E di care speranze avvalorato Porge la destra all’umile caduto, E fuor lo traggo del fangoso letto Ove quasi sepolto e morto giace; Col corpo no che ancor vegeta e sente, Ma colla mente torpida ed offesa, Da lungo sonno e da mendaci e bieche Larve travolta, del suo bene ignara Ed a se stessa ignota. E pure in quella Torpida mente del divino fiato Il soffio dorme; o s’agita tra fosche Nebbie confuso. Se dal reo letargo Altri nol desti, e alla serena tempra Nol riconduca, e temerario sprezzi L’opra di Dio, più non ardisca il nome Dell’eterno invocar Padre, a cui figlio, Figlio non è chi il fratel suo rinnega. Ma le cresciute piante, in cui serpeggia Un velenoso umore, il mal piegato Tronco indurando, e con tenaci barbe Addentro profondandosi, una tetra Ombra micidïal spargono intorno; Nè un ramo schianti, che di cento e cento Altri non sorga più maligna fronda.
Dunque che fare? I tralignati succhi Corregge in tempo con felice innesto L’accorto agricoltore, e le paterne Cure volgendo ai teneri virgulti, Con provvidi sostegni il mal securo Fusto sorregge delle annose piante. Tale, e sia lode al ver, m’offre gradita Immagine la schiera avventurata, Ch’alla negletta povera e derisa Plebe dispensa il pan dello intelletto; Sia che dall’ozio vile o dalla turpe Mendicitade ad operose e belle Usanze confortevoli la tragga; O il gelato sudor dall’egra fronte Le terga a lato all’umile giaciglio; O nell’oscuro carcere scendendo Le antiche colpe ad emendar le insegni Là donde un tempo a nove colpe instrutta Uscía più fiera a minacciare il mondo. Di fanciulletti laceri e digiuni Qual turba è questa, che di porta in porta Batte chiedendo pane; e se le amare Pur non soffra repulse, a poco a poco Perde le grazie timide e pudiche Onde infiora le guance, e più gentile Si rende agli atti, al guardo, alle parole In quella prima età che è tanto cara? Forse padre non han, non han la madre Questi orfanelli miseri che vanno Qua e là vagando, a perigliare esposti, E cogli occhi beendo e cogli orecchi Un rio velen che lento lento uccide L’anima semplicetta? O forse tutti Ad ogni senso di pietà siam muti?
No, che la fede ancora e la pietade Nei petti più che nelle bocche è viva; Come l’opra d’amor fa manifesto, Che i derelitti parvoli raccoglie, Ed alla legge del Signor gli affida. Lasciate a me venir questi fanciulli, Il Signor disse, ed abbracciolli, e loro Benedicendo le sue mani impose.