Italian poem
Sermone XVIII
by Giacomo Zanella (1820–1888)
Se l’affannoso e stanco pellegrino, Dopo lungo vagar sotto l’ardente Sferza del sole, alfin trovi l’amica Ombra di annosa pianta, a cui d’appresso Lieve lieve serpeggi un ruscelletto, Ivi al fiorito margine riposa L’infermo fianco, e al cristallino umore Le arse labbra ristora. Al mormorio, Dell’onda, al susurrar delle commosse Foglie, ed all’alitar molle dell’aure, Che gli scherzan sul volto, un dolce sonno Gli occhi gli vela, e alla mente serena Di mille visïon care sorride. Questa leggiadra immagine mi corre All’acceso pensier, se mal presumo Ritrarre in parte le segrete e pure, Che intendere non può chi non le sente, Gioie dell’alma allor ch’entro l’albergo Dì domestica pace, a’ suoi diletti In sen versando del dolor la piena O del piacer, la doglia disacerba E il gaudio accresce; chè, divisa in molti, Fatta lieve è la pena, ed ai soavi Conforti vicendevoli si rende Quasi pegno d’amor verace e novo. Ma di letizia un raggio si diffonde, Che mentre agli altri propagato splende,
Al centro torna onde dapprima uscío, E nel ricambio di percossa luce A tutti arride e maggior forza acquista. Quale nocchier, che la sbattuta nave Dal procelloso mar tragge secura Al fido porto, l’uom cui dolce suoni In cor di padre o di marito il nome, Di fratello o di figlio, in questi sacri Nomi ed affetti cerca e trova scampo Contro l’infurïar della tempesta, Onde si turba e si contrista il mondo. Ove alle insidïose arti l’aperta Congiunta vïolenza, ahi! troppo spesso Regna e trionfa! Con superbia ed ira E codardo livor la forsennata D’oro e d’imperio brama i ferri aguzza Contro gl’inermi petti, e più del ferro Micidïali di calunnia i dardi; Talchè alla vita perdonando, offesa Lascia la bella fama. A santo zelo Si compone talor chi luogo e tempo A vendicarsi aspetta, e ingorde voglie In sen covando fa di Dio mercato; Ne al labbro incauto, che di lui si fida, Un bacio porge che non sia di Giuda. Non per questo dirò che sospettoso O bieco il guardo intorno giri, quasi Ad ogni passo d’incontrar paventi Con ridenti sembianze un tuo nemico; Nè che l’amara esperïenza tanto In noi stessi ci stringa, e agli altri faccia D’opre benigne e di cortesi uffici Avari e parchi, che l’angusta cerchia Dei lari nostri spazïar ci tolga
Ove ne chiami della patria il grido, E dell’oppressa umanitade il pianto. Del consorzio civile è fondamento La famiglia: per essa a noi fu dato Le prime respirare aure di vita, Le prime note modulare, i primi Sugger baci materni, e i primi germi Nutrir d’amore, di virtù, di fede. Quanta dolcezza all’anima discende A chi ripensi con invidia al tempo, Che più non torna, della verde etade! Nè la matura o la cadente è priva Di veraci conforti al volgo ignoti, Cui piaccia folleggiar ove di cento Giochi e sollazzi un alternar confuso Il senso illude ed affatica, e lascia Vôto e turbato il cor. Tacita e sola Donna, che vegli a studio della culla. Tutta dipinta di amorosa cura, Sul pargolo che gli occhi al sonno chiude, Il guardo affisa palpitando, e quasi Tema turbarne il placido riposo, I cari baci e il dolce alito affrena; Sè consolando nelle notti insonni Col desïoso immaginar, che sola Una madre conosce, intende ed ama. Per lei di gentilezza e di onestade Il riposato vivere si abbella Nelle stanze felici, in cui risplende Angiol novo di pace. Il padre antico Quasi degli anni e delle cure obblia Il grave incarco, mentre a sè d’intorno Saltellar vede i garruli nipoti; E salutando con letizia il giorno,
Che sacro ad esso il natal suo ricorda, Porgergli doni di corone e voti. Dall’innocente labbro al ciel graditi Sorgono i voti; e sull’accolta schiera, Agli affetti concordi e ai casti preghi, Lo spirito di Dio scende e la fiamma Di bella e santa caritade avviva.