Versos Italian Giacomo Zanella Sermone XVII

Italian poem

Sermone XVII

by (1820–1888)

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Il vïator, che tacito e pensoso Fra le notturne tenebre si aggira Per campo ignoto e solitario, il piede Incerto move, e del cammin la noia Mal sopportando e la fatica, un mesto Volge sospiro alle paterne case, Ai fidi amici, alle dilette cure; Senza che dell’amara lontananza In quella solitudine ritrovi Lena e conforto il cor da fosche e tetre Larve turbato. Ma del primo albore, Se il raggio spunti a colorare il vario Aspetto delle cose, egli del verde Prato, dei lieti colli, e delle selve Annose, o della tremula marina Alla vista s’allegra, e con secreta Dolcezza inesprimibile risponde Al dolce canto, onde al nascente giorno La variopinta aligera famiglia Con amoroso desïar saluta. Tale colui, che cieco e senza guida Iva ramingo per la selva oscura Dell’error, se del ciel scorge l’amica Luce, che limpidissima rischiara, E benigna soccorre ed avvalora, Dietro al fidato lume a certo segno

Mirando giunge; nè per l’aspro e lungo Di triboli cosparso arduo sentiero È vinto da stanchezza e da paura. Parla possente in noi di Dio la voce, O sia che il guardo attonito contempli Seminato di stelle il firmamento; O l'immenso oceán, che i mal vietati Delle genti confini apre ed abbraccia; O la ricca di piante e di animali Terra, ch’ora s’avvalla, ed or le nubi Tocca coll’alte cime, e cento influssi Di benefica tempra o di tremenda Nelle riposte viscere nasconde, O di fuor traggo, intorno sparge e serba, Ai prodigi dell’arte e di natura Inesausta materia. O sia che l’uomo L’arcano magisterio in sè ricerchi Della vita e del senso, o dell’eterna Angelica sostanza, onde simíle È fatto al suo Fattor; tutto d’Iddio La somma Sapïenza e Potestate E l’infinito Amor, tutto gli svela: Tal che ad ossequio e a riverenza inchina L’anima innamorata, che discioglie Inno di lode e di letizia pieno. Sono il vero ed il ben la meta nostra, A cui ne scorge con superna face Quegli che l’immutabile governo Tiene del mondo, e la mutabil sorte Di se medesmo all’uom quasi confida; Perchè di pena o di mercè, siccome Di colpa di virtude il merto porti, Col libero voler degno si renda. Ma stolto, ahi troppo, chi di sè presume,

E con orgoglio temerario sprezza Il verbo, che infallibile ai mortali A bene amare e a ben oprare insegna! Stolto, chè in false imagini ripone La speranza, onde coglie ingrato frutto Di amaro disinganno e pentimento Amaro e tardo. Indomito desío A ricercare a vagheggiar ne sforza Quella, che fuor della diritta via Illude o sfugge amabile sembianza Del bello di lassù, donde s’irraggia La caduca beltà, che a farne fede Fra noi risplende; e al centro primo e solo, Ove si gode del beato riso, Ne chiama e porge per salire aita. Santa legge d’amor, come ragioni Soavemente al cor quando il peccato Condanni e vinci, e il peccator vuoi salvo! Quando l’offesa col perdon ricopri, E della vita per l’altrui salvezza Il sagrifizio apprendi! All’ostro e all’oro, Se una lacrima costi, il tergo volge Chi dello spirto tuo s’informi e viva. Da superbia e viltà libero e franco Ai deboli soccorre, e del suo petto Scudo lor fa contro nemica rabbia; Nè soffre di toccar la mano impura Che di sangue innocente ancora grondi. Nell’uom, ch’è fatto di fortuna gioco, O infermo giace, o misero travaglia, Un amico, un fratello additi, e freddo Non lasci il core e non asciutto il viso; E al corpo macro, alla digiuna mente Qual si convenga salutar vivanda

Sollecita ricordi, e non consenti, Che tarda l’opra alla pietà risponda. Chi di guida, di freno e di conforto Al dubbio passo, al lusingar fallace, Ed al certo soffrir nel vario corso Della vita mortal non abbisogna? Onde la fida scorta ed il possente Ritegno, o l’ineffabile ristoro, Che pace infonde e a benedir consiglia L’arcana prova del dolore? Aperto Il gran libro di Dio parla alle genti Di veritade, di giustizia e amore Parole eterne, che la cieca insania, O l’ipocrita usanza, o l’empia brama Invan rinnega, od a contraria parte Volger procaccia. Pallido e confuso E di se stesso fuor quasi si pente, O si vergogna delle oneste e pie Opre chi teme del maligno volgo Lo scherno e l’ira; e con invidia guarda Come rida fortuna e il mondo applauda Spesso ai più tristi. Ma di nuova forza Si rinnovella ripensando a Lui, Che dove occhio mortai mai non penètra Securo legge e gl’íntimi consigli, Non men che l’opre manifeste, scrive Nella pagina sua: chè la baldanza Tosto non fiacca, e all’umile virtude La corona serbando a dì più tardi, Sempre l’una confonde e l’altra esalta: E decreto di Dio non si cancella.