Italian poem
Psiche
by Giacomo Zanella (1820–1888)
O dell’anima umana, a cui fatale È sovente del ver la conoscenza, Immagine gentil, Psiche immortale;
O divina farfalla, a cui l’essenza Delle cose è nascosta, o sol si svela Quanto basti al gioir dell’innocenza;
Lascia, Psiche, l’improvvida querela, Nè desïar conoscere lo sposo Che la temuta oscurità ti cela.
Men dolce, o semplicetta, è bacio ascoso? Dolci meno gli amplessi e le parole, Onde bea Quel non visto il tuo riposo?
D’aurati sogni e di leggiadre fole Popolata è la notte; ombre giocose, Che col primo splendor dissipa il sole.
Cogli, fanciulla, le furtive rose, E non cercar, se sia mortale o nume Colui che ne’ divini atrî ti pose.
Ella non ode. Della manca al lume Schermo facendo, il talamo vietato Entra perplessa e pende in sulle piume.
Pende e rimira. Sul purpureo strato Chi mai rimira? Giovincel che giace In nettareo sopore addormentato.
Ale ha di giglio agli omeri: una face Fuma a piè delle coltri. Oh, quanto il detto Dell’invide sorelle era mendace!
Drago non già, ma più che umano aspetto. Rosa che innanzi l’alba orlan le brine, È la guancia gentil del giovinetto.
Aleggia sulle labbra porporine Molle il respiro, ed in vezzose anella Scende pel collo fluttuando il crine.
Come stupisce! come in sulla bella Faccia immobile figge la pupilla In dolce estasi assorta la donzella!
Mentre riguarda, e dentro il cor le stilla Ignota voluttà, dall’agitata Lampada si dispicca una scintilla,
E stridula si apprende alla rosata Spalla d’Amore, che con alto grido Balza dal letto esterrefatto e guata
Psiche smarrita ed il rasoio infido E l’odiata lucerna: alle nemiche Ombre s’invola con terror Cupido.
Or chi sa dirmi, poverella Psiche, Le minacce di Venere e gli sdegni, I tuoi miseri errori e le fatiche?
Varchi tremante a’ sotterranei regni, E reduce dell’acque d’Acheronte L’anfora colma a Venere consegni.
Or di piselli e di lenticchie un monte, Di semi di papavero e di miglio, In un confusi, ti rimiri a fronte;
E Citerea che con superbo piglio T’ingiunge di scevrar grano da grano, Prima che il sol le si nasconda al ciglio.
E tu, come insensata, all’opra invano Movevi, o poverella; e già la sera L’ombre allungava sul deserto piano,
Quando mossa a’ tuoi guai venne la schiera Delle preste formiche a darti aita; Ed il sol tutto ascoso ancor non era,
Che scegliendo, traendo e la spedita Spalla indefessa quelle pie gravando, Per te l’ardua fatica ebber fornita.
Ed or novellamente ir devi in bando; Ancor di Pluto alle dolenti case Di Venere t’invia l’aspro comando.
Della beltà, che guasta le rimase, Or t’è mestier dall’infere magioni Alla Dea riportar l’occulto vase.
Riporta, Psiche, a Venere i suoi doni; Nè di vezzi femminëo desio L’orciuol fatale a scoperchiar ti sproni.
Aperto è ’l vase. Soporoso e rio Esce quindi un velen che all’infelice Preme le membra di mortale obblio.
Assonnando dechina la cervice Sovra l’omero: in volto si scolora, Nè più voce o sospir dal petto elice.
Amor placato accorre e la rincora, La ravviva e sostien. Già meno altera, Vener si piega ad abbracciar la nuora.
Oh! la tua Psiche, Amor, che lusinghiera Sul sen ti si abbandona, al ciel trasporta; Diva raccolta in tua beata sfera
Faccianla alfine i propri mali accorta.