Versos Italian Giacomo Zanella Possagno

Italian poem

Possagno

by (1820–1888)

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Prole negletta, faticosi alunni Delle negre officine, a cui la pialla E l’incude sonante è brando e trono; Nato d’umili padri e ne’ conflitti D’aspra fortuna, come voi, cresciuto Era il Divino che a quest’ermo colle Diede fama perenne. Or se di stemmi E gentilizie porpore fastose Circondate non fur le vostre cune, Viltà di core non vi gravi il ciglio; Chè vostra nobiltà pura rifulge, Scabri eroi del lavoro, a cui le mani Mai non grondaro di fraterno sangue. Vostro è Canova; ne d’illustre ceppo Che le radici favolose inciela, Vide il secolo uscir gloria maggiore.

Sacra è la terra che calchiamo; è sacra Quest’aria, amici, e le petrose balze Che Possagno coronano. Fanciullo Al cupo rezzo de’ castagni antichi Qui s’assidea Canova, alla natura Le man tendendo desioso; e bella, Come altra volta all’angelo d’Urbino, Si svelava natura al giovinetto. Qui canuto rediva in compagnia Dell’arti adulte, e l’inclito delubro. Candido delle azzurre alpi sul fondo, Alla Triade poneva. Augusta mole. Italo Partenon, che valli e monti Altero signoreggi e di tutela Onnipotente le montagne affidi, Salve! Stridendo la folgore acuta Torce altrove il suo volo e s’inabissa Delle valli a destar l’eco profonda.

Sdegna i prischi subbietti e per sentieri Inusitati a men riposte fonti Guida dell’arti obbedïenti il coro L’innovatrice età. Docil s’inchina Degli argivi scalpelli al magistero; Pur di natura all’inesausto grembo Vergini fantasie chiede l’ingegno, Che de’ suoi tempi agli ultimi nepoti Schietta l’immago tramandar desía. Tanta del vero generosa sete Il secol nostro infiamma! Alla vetusta Chioma di Polignoto e di Lisippo Noi non pertanto sfronderem gli allori; Nè all’arti insulterem che i trïonfali Ozî allegrâr della divina Roma. Bella mitica Dea, che dal Cefiso E da’ lauri vocali di Elicona Costretta a fuggir fosti, ospite asilo A’ vaganti tuoi numi ed alle muse Su questo colle aperse italo Fidia. Quali gli uscian dall’infiammata idea, Nella creta qui stanno ancor spiranti I simulacri, ond’ei le tombe, i fôri, I delubri e le reggie ornò di Europa. Quanto popol d’eroi! quanto di ninfe, Dell’Ilisso i lavacri abbandonando, Queste pendici ad abitar non venne! Vedi la giovinetta Ebe, leggiadra Del nèttare ministra, che d’Olimpo Scende veloce: carezzevol aura La veste addietro le respinge e svela Delle membra divine ogni contorno. Vedi la Ninfa che sorpresa al bagno I bei veli raccoglie e si ritira Paurosa guatando. Ecco le Grazie Che, le braccia conserte in dolce amplesso, Disegnano sui fior lente carole. Su’ nivei lini Citerea riposa Velando gli occhi: Amor tocca la cetra

Soavemente e le lusinga i sonni. In altra parte disarmato il braccio Cinge al collo di Psiche, e la farfalla Nata del cielo a trasvolar pe’ fiori Sulla palma le posa. In alto scote La Danzatrice i crotali sonanti, E chiama a pace ed a letizia il mondo. E tu l’ardor delle battaglie ancora Spiri dal guardo e dall’egioca fronte, Vincitor di Marengo. Al tuo delitto Tarda ammenda in Magenta e Solferino Fece il Nepote; ma fremendo Italia Ancor di te si risovviene e plora, Campoformio pensando; ed a’ tuoi mani Ridomanda i guerrier che di lor sangue L’artiche nevi a colorar traesti, E alla madre potean scior le catene. Più generoso Ettòr che dall’amplesso D’Andromaca s’invola, e stringe il brando Per la patria cadente incontro al truce Telamonio; e di lauro anco più bello Va cinto il Fabio american che calca D’un pie la spada e sull’eterno foglio Segna libere leggi al Novo Mondo. Ma della terra gl’infiniti guai, Chini i ginocchi e le man giunte, al cielo Il Pontefice narra. Nel diffuso Aureo paludamento e nella faccia

Di pietade atteggiata e di speranza Maëstosa di Dio l’aura sfavilla.

Quando del bello immaginar la fiamma Avvivar vi talenti; o doloroso Più vi sembri il tenor di vostra sorte, Voi del lavor mal conosciuti figli, Questo colle salite. Esce dal tempio, Esce dal suolo eccitatore un grido, Che ardimento v’apprende e contro il fato Insultator magnanima costanza. Il mendico orfanel che fu veduto Su questi monti esercitar nel sasso Il volgare scalpello, un giorno sparve, Nè per lunga stagion parlar di lui L’umil borgo s’intese. A terra sparse Son le magioni e le prosapie estinte De’ patrizî che al povero d’aìta Fur liberali e di consigli. Ambito Le reggie intanto ei visita e nel marmo Di temuti mortali il volto eterna. Poi riede; e di sublimi monumenti Rende chiaro per sempre il suol natale.