Versos Italian Giacomo Zanella Sermone I

Italian poem

Sermone I

by (1820–1888)

Listen in the reader

Se non degni guardar, ma passi e taci, In che m’offendi? Dell’oscuro nome Nulla ti cale, e del non chiesto dono, Che cade come goccia d’acqua cade In traboccante e torbida fiumana, E travolta dileguasi con essa. O punto forse da pietà gentile Le mie cure compiangi indarno spese Nel rivestir di numeri sonanti Ardui concetti, ardimentosi e gravi, Degni di miglior vena e d’altro stile. Al benigno lettor venia si chiede Fin dalla prima pagina del libro, Che il benigno lettor forse non legge. Ma nol condanni, o sè medesmo a torto Più ch’altri offende. Chi varcar le soglie Di mia magion ricusa, ospite mio

Non chiamerò; nè chi dentro vi stampi, Da ignota parte penetrando, l’orma Tacito, lento, avvolto in bianco lino, Ad aperti occhi con pupille immote Infermo sognator, che tutte affisa Ad una ad una le segrete stanze: Par che vegli e che guardi, e nulla vede; Ma benchè dorma, e a caso il passo muti, Un tremito mi fa correr per l’ossa. Altri, vegliando, di un dipinto vetro Le luci s’arma, e colorate in giallo, Come colui che d’itterizia langue, Mira sprezzando le diverse cose, Che rifrangon del Sol raggi diversi. Qui del lettor la favola ragiona; Ma di chi scrive e allo sbadiglio invita Le note istorie ricordare è vano. Nè l’uffizio di giudice severo S’addice a me, che volontario ai colpi Di sentenza fatal chino la fronte. Quali discolpe con blandizie false Andrò cercando a guisa di mendico, Ch’umile in vista il non merlato pane Chiede, ed afferra con superbo piglio? O se il dineghi, guata biecamente Come a carpita ed agognata preda, E al tuo rifiuto bestemmiando impreca? S’altri turi le orecchie e poi percota Nulla giova il gridar: batti ed ascolta. Al chiaro Sol le dispiegate carte Mute saran, se il sonito di tuba Non desti a riguardar? Il lucid’oro Della celeste vampa ai raggi tratto Novo acquista fulgor: luce non dánno,

Ma pèrdono di luce ogni vestigio Le vane lucciolette, appena albeggi. A chi non vede, ogni tuo lampo è scarso; E l’infido bagliore il guardo appanna, Turba o irrita alle veggenti schiere. Ma quale a poetar voglia ti punse? — Breve rispondo. Di poeta il vanto Chi al raggio nacque di benigna stella S’abbia; o la turba garrula ne usurpi, Affaticando l’eco lamentosa Con vuote ciance venerando il nome. Fosse elezïon, fosse ventura, La cara memoria di quei giorni Quando la giovinetta anima apprende A palpitar per l’itala canzone, Od altro fosse io non dirò. Con verso Languido e sciolto vo significando Ciò che più nella mente entro mi suona Allor che il vezzo od il cortese invito A far m’appella di lontan tenore Debole e fioco agli alternati canti. Di pedestre sermone il metro tenni; Deh! l’ombre mi perdonino de’ padri, Che fur duci e maestri; e al metro imposi, Od alla intenzïon, nome conforme. Nè di verbo garrir piacquemi, ignaro Benchè non fossi (e l’ignoranza fòra Di scusa indegna) omai, che più dell’opre E delle cose il titolo si pregia. Togli i nomi ed i ciondoli, che resta? Ma della scorza e delle incise note, Che al popolo non fan dolce richiamo, Se non gravi il tacer, tacciasi. Quale Ne fia il midollo e l’intima sostanza?

E quale il frutto, che allegar non faccia Il dente pel savor agro, e diverso Pur nell’agrezza sua? Leggi, se tanto Di speranza o timor recano i fati, Leggi e risolvi. Ne t’ascondo il mio Recondito pensier, che gli altri avanza, Fra le discordi imagini seguendo L’imagine d’un ben che mi sorride, E a un mesto sospirar anco mi sforza. Di alteri vanti e di rampogne amare E di frementi grida odi un confuso Rumoreggiar, che da contrarie parti T’introna sì che non discerni il vero. — Dunque dal bene al meglio il mondo corre, Anzi vola e precipita? — T’inganni. Dal male al peggio va precipitando, Altri ripiglia; che non basta il piede Al correr, nè al volar bastano l’ali. Oh! chi recide di cotanta lite L’avviluppato nodo, che reciso, Novellamente aggruppasi con mille Intrecci novi, varïati e strani? Di sofistiche scole il mondo è pieno; E chi nol sa? Ma timida e schernita La verità nel mezzo siede, e parla Cose d’eterna ricordanza degne. Dato a me fosse di ritrarne in parte, Dietro la scorta di fidato lume, I candidi responsi. È dell’Eterno Legge, che il corpo all’intelletto serva; Che allo spirto immortal serva la morta Volubile materia; e che di polpe Insieme e d’ossa e d’anima temprati, A doppio di bisogni ordine certo

Soggetti siamo. Sulla cima stassi Il nobile desio, che spande l’ali Oltre la polve che si preme e calca. Ma di scherzoso zeffiro, che spiri E lamba e fugga, non si pasce il nostro Senso vitale; e l’affamato ventre Troppo contende il bene, e il mal consiglia. Al duplice problema indi rivolgo Questi che t’offro, di pungente sale Ad ora ad ora aspersi, umili carmi. Un gregge innumerabile nel fondo Tutto s’ingolfa di letal palude, Misero, e cieco e di speranza privo. Il fremito già n’odi, e già paventi Che fuor sbucando con foga improvvisa Empia il mondo di stragi e di ruine. Infelice presagio! Argini e dighe Non conterran la piena furïosa. Se minacci, se incalzi, e si rovesci Nei sottoposti campi, e i solchi lieti Copra d’un monte d’infeconda arena. Altero fiume ognor più ricco d’acque Per ampio letto volgasi alla foce, Le sue sponde baciando. Alla crescente Onda di altero fiume il popol folto Simile è in parte. Invan pace chiedendo Andrà con fioca voce e paventosa, Finchè giustizia e libertà non regni In tutte cose; e noi, credula razza, Alle querele pronti e all’opre tardi, Non ci scotiam dal sonno, e non siam vivi.