Italian poem
Sermone XIX
by Giacomo Zanella (1820–1888)
Quando il rigido verno i campi stringe Di pigro gelo, e il mesto occhio d’intorno I pingui cólti indarno cerca, e i lieti Prati, che un bianco vel copre e confonde Senza che il verde della molle erbetta E il fiammeggiare di purpureo fiore La speme avvivi e a ben amar conforti; Quasi diresti che un eterno sonno Dorma natura abbandonata e morta. Ma se l’industre agricoltore a tempo Ruppe le zolle, a’ preparati solchi Semi eletti fidando, oh! ti consola, Che al ritornar dei zefiri soavi, Onde a vita novella il mondo nasce, Vedrai la terra innamorata a nuovo Riso dischiusa, e dell’onore altera Dei giovani germogli, onde fra poco Fia che la bionda mèsse ondeggi e porti Agli sparsi sudor degna mercede.
Tale è la cara immagine di quella Gente, che, fatta del suo meglio accorta, L’ignoranza, l’errore e l’ozio vile, Onde fu a lungo offesa e in mille tratta Colpe e sciagure, alfin vinca e prepari Un miglior fato alla crescente prole; Di senno e di bontà semi spargendo Nel suo vergine core, e nell’ingegno Di nebbia puro ed avido di quanta Pel senso irrequïeto inclita luce Dalle create cose in lui si versi. I primi semi in sè raccoglie e tiene L’anima semplicetta; e se non manchi Diligente cultor, che dal maligno Soffio ne guardi e da mortifer’ erbe, E ne ministri con diletta cura Alimento e ristoro, eccoli in pianta Rigogliosa cresciuti, che protende Carche di frutta al ciel le braccia, e sprezza Il lento morso di schifoso insetto, E il fiero imperversar della procella. Senza velame il mio pensiero aperto Tu ben comprendi, amico, e con me piangi La cieca insania di colui, che in basso Stato travolto, di consiglio privo, Di vigor, di costanza, i sogni e l’ombre Abbraccia e cade; e nella sua rovina O infingardo s’accascia, o furibonde Scaglia bestemmie, o disperati sforzi Tenta, che il fanno ricader più a fondo. All’ascosa del mal prima radice Guardiamo, e se del bel loco natío Caritade verace e di noi stessi Cura ne prende, e intemerata fede
Nel santo ver nella giustizia, in Dio Viva n’accende, deh! si scuota il grave Torpore, e dove più geme la piaga Il ferro scrutatore ivi discenda. A contemplare le bellezze eterne Fatta è l’umana mente, e l’uman core Ad amare, a seguire il bello, il vero E il buono, che fra lor misti e confusi Tanto più son, quanto si parton meno Dalla perfezïone, a cui sospira Lo spirto che quaggiù mai non l’arriva. Pure a quel segno ognora intento miri Quei che le giovinette anime educa, Ed i germi reconditi ne desta E ne coltiva sì, che drittamente Vigorosi si svolgano e securi, E fecondi di un ben ch’unqua non more. So che di rado un intelletto sano Trovi ed un maschio cor, se inerte e molle Langue l’infermo corpo a lui ministro Delle interne movenze e degli impulsi Che vengono di fuor. Validi e pronti Ubbidiranno gli organi soggetti, Sofferenti di veglie e di fatiche, Quando degli avi nostri il parco cibo, Le ginnastiche prove ed il severo Costume imiterem, quanto il mutato Tempo e la nova usanza a noi consenta. Fin da’ prim’anni il fanciulletto ad una Norma suprema, che non pende incerta Dal varïar de’ casi e dal talento Volubil de’ mortali, il suo desio S’avvezzi a misurar; fermo risolva, Ed al saldo voler l’atto risponda
Come il debito impone. In questo sappia La legge venerar, che il comun dritto, Il riposato vivere e l’onesta Libertade assicura, onde ciascuno Meglio ai diversi uffici applica e intende, Cui diversa natura o sorte adatto Meglio lo rese. Da principii eterni Quella norma discende, e a lei suggello Pone Religïon, che ai petti forza, Luce alle menti accresce, e tutti agguaglia Nell’amplesso fraterno innanzi a Lui Padre e Signor, che all’universo impera. Chi l’arco dell’ingegno al vero tende Badi, che la sofistica dottrina Non tarpi l’ali del pensier, che vola Del bello in cerca, e non ammorzi in core I generosi e miti e casti affetti, Dolce delizia della vita; e badi, Che la focosa e indocil fantasia Della ragione non usurpi i dritti; O il sentimento senza posa e guida Dietro alle false immagini non corra. Di chimeriche larve il popol vago, Se del lume purissimo gl’involi Per noncuranza o per sospetto il raggio, Erra ramingo e forsennato in traccia Di quello, che suo ben chiama, ed in vane Lusinghiere sembianze effigïato Una turba bugiarda gli promette. E quasi infermo, che nel duro letto Agitandosi fa la sua ferita Più acerba e cruda, ei s’agita, e l’interna Doglia irritando, incauto e cieco grida: Viva la morte mia, muoia la vita!
Meraviglia e dolor mi prende quando Vedo in che ponga la speranza e l’opra Chi s’argomenta coll’infido suono Di parolette garrule ed accorte, Con rabidi conati od arti cupe Render felice ed onorato il mondo. Spesso l’ignaro volgo ai detti applaude Di chi l’inganna, e con melate labbra Oro ed imperio agogna, e sangue. Indarno D’anni lieti e ridenti un ordin nuovo Affretterem coi voti, infin che l’alma Non si rattempri a più civil costume, A più degni concetti; e vuoti nomi, Che l’aura porti, più non sien fra noi Religïon, virtù, giustizia, fede, Patria, onor, caritade, onde già troppo S’empîr le bocche ed intronâr gli orecchi Della plebe, che intanto ai fatti guarda, E dei contrari esempi ebbra s’ispira. Quella luce del vero e quella idea, Che i pensieri, gli affetti e le parole Indrizza a miglior segno, in noi risplenda Dapprima; indi si versi in mille rivi Soavemente intorno, al suo principio Più ricca e bella ritornando. A questa Mira l’occhio volgiam. Ma se radici Nel segreto dell’uom salde non mette Il seme prezïoso, onde securo Di non mentita civiltade il frutto E d’imprese magnanime deriva, Altri ne dica, ch’io non oso, quale Alle famiglie, alle cittadi, ai regni Nell’oscuro avvenir sorte s’appresti.