Italian poem
Sermone XXIV
by Giacomo Zanella (1820–1888)
Io poeta non son, non son pittore, Ma voi, che alla divina arte de’ carmi Consacrate l’ingegno, o alle dipinte Tele spirate della vita il soffio, Voi qui venite; e della gente nova Si ritragga per voi l’immagin viva, Che all’occhio od al pensiero il vero parli. Di effigïate tavole rimiro Dell’aule magne le pareti ingombre Onde, ad un segno del maggior pianeta, Al popolo si fa mostra solenne. Ma che vi leggo? non degli avi illustri Le onorate sembianze e i fatti egregi. Ma i noti volti, che in eterno muti, Quanto or loquaci per la vana istoria Di loro vanitade, un dì saranno. Volgo altrove le piante, e un suono ascolto Che l’aure fende di lontano. Il canto Questo non è dell’inspirata schiera, Che a magnanimi sdegni i petti accende, O mesta annunzi della patria i danni, O mesta pianga sulle sue ruine. Ma d’importune gazze e di civette Il grido sciocco e sciagurato è questo, Che all’ira più che allo sbadiglio invita. O poeti, o pittori, a voi benigna
Non volgesi l’età, che non perdona A chi non sa come di nova vena Il pallid’oro si derivi, o come Quasi tremula foglia lieve lieve Uomo secondi l’alitar del vento. All’un, ch’agile e pronto a destra e a manca Innanzi e indietro scambiettando salta Al tintinnar dei lucidi sonagli, L’altro, che a guisa sta di rupe immota, Se alle parole e al portamento credi, Bieco sogguarda; e con secura fronte I turbini invocando e le procelle, Attende che dall’onda furïosa S’aprano i fianchi alla sbattuta nave, Ed ei ne aggrampi l’agognata preda. Dei templi, delle sale e dei teatri Si schiudano le porte. Innanzi all’are, Spettacol venerabile alle genti, Questi pago non è se non comincia, Tre volte percotendosi sul petto, La sua giornata, e non la compie a sera Senza che nell’altrui fama di piglio Dato abbia o nell’avere, e non sen vanti Quasi ministro dell’ira di Dio. Quegli il capo scotendo, e col cipiglio Di rigido censor, varca le soglie Al volgo sacre, e le devote usanze Sprezza del volgo, e d’amistade in pegno Dal cor gli strappa la radice prima D’ogni suo bene e nostro. A degna impresa Col consiglio e coll’opra il saggio intende, Mentre da larve ipocrite disgombra Del santo vero il sempiterno raggio, Che illumina, conforta e rassicura
Il misero mortal, che alla sua meta Errando corre per la trista valle. Nelle fulgide sale or si penètri, Se tanto lice a noi, dove la stampa Dei cari baci omai logora e stanca Ai cari abbracciamenti e alle più care Strette di mano e ai misurati inchini Il luogo cede. La diletta amica, Anzi signora, festeggiando accolga Le dilette compagne, anzi signore; E nel dolce pensiero assorta goda, Se intorno annoverandole, le dieci Dita col grave computo trascenda. Così di giorno in giorno in vario giro L’amabile catena si rannoda Dell’affetto gentil, che non ha posa Pur nel settimo dì, che alle men degne Cure tregua concede. Al fido specchio La casta vedovella si consiglia Come con bruna veste e in velo bruno Di sua mestizia accorto il mondo renda. Ma l’ora è tarda, e le segrete stanze Oggi non lascia, e indarno palpitando Oggi chiede di lei l’amata schiera, Che su rapidi cocchi innanzi passa Alle neglette case, ove solinga Donna, vegliando i figli pargoletti. Alle pudiche ancelle equa comparte Con benigno sembiante i grati uffici. Di lei non suona all’umile tugurio Ignoto il nome, chè tacita e sola Com’angelo di cielo ad ora ad ora Vi scende, e delle sue grazie lo allieta. Ma del ricco Epulon fuman le mense;
E quando il gozzo già pieno ribocca, E dal cervello fervido le idee Impazïenti sbucano scoppiando, Udresti come con facondo labbro Degli affamati Lazzari ragioni Il pasciuto Epulone; e come i fati Dell’improvvida plebe accusi e danni: E ben le sta, gridando, altro compenso Fuor che i ceppi non trovi e la mannaia. Oh ben si attaglia all’animal coperto Del vello d’oro il sermonare onesto Fra il vampo de’ bicchieri, o delle molli Tiepide piume accovacciato in grembo! Il popolo è una belva, che si doma Col ferro, colle verghe e col digiuno, I consorti rispondono; ma bada, Che a disperate imprese ancor trascina Spesso la fame. — Un obolo gli getto, Quando stringe il bisogno e la paura; E in pace vada. — L’obolo fomenta. Ma non estingue la malnata sete; Risponde un terzo fra cotanto senno. Che farem dunque? Omai troppo ne grava Chi gli stringe la corda attorno al collo, Ma peggio fia se giù dagli occhi il velo Gli cada, e guardi e sogghignando passi. — Freme a quei detti un ospite novello, E imprende a favellare: Un gregge turpe Spesso è la plebe, il so; ma chi l’aiuta A sciogliersi del fango, onde s’impaccia Più d’un cui ride la fortuna amica? E per colpa maggior, poichè si ammanta Di più splendido drappo, è fatto segno A minor biasmo, che scherzando vola?
O ch’io m’inganno, od ésca al foco accresce, Onde una impura fiamma arde ed avvampa, Chi con esempi sciagurati e vili, E improvvido consiglio, avaro e falso All’istinto brutal del popol gramo Aggiunge lena, sì che alfin prorompe Senza ritegno a’ danni nostri; e noi, Noi che fratelli.... A repentino scoppio Di mal frenate risa a bocca aperta Rimase, e tacque. — Nei palagi alteri Ora si educa la leggiadra prole A leggiadro costume. Il Franco, e l’Anglo, E l’Alemanno coi nativi accenti Favelleranno all’itala donzella, Che nel patrio sermon balbetta appena. E il nobile garzone, o si scapestra Innanzi tempo con ignota foga, O come cherichin pallido e smilzo Stecchito va, torcendo alquanto il collo. Dopo le cure vane e gli ozi gravi Assistere ne giovi alle notturne Scene, e lo spettator con novo incanto In novello spettacolo si muti. Ma chi ridir vorrà, s’anco il potesse, La commedia dei garruli palchetti, Ove si ride allor che il popol piange? Tardi si giunga, e il varïato intreccio Delle figure mobili rinnovi Il prestigio di magica lanterna. La mano s’armi dell’acuto vetro; E l’occhio lento e grave intorno giri, Quasi degli astri contemplando il corso, Alle partite zone, e non s’affisi Nel pianeta maggior quando nol chiami
Il bianco collo di canoro cigno, L’ardito fianco o il portentoso guizzo Di silfide danzante. Al rovinío, Che allora scoppia, si confonde e mesce Del basso mondo e dell’elette sfere L’arcana un tempo e tacita armonia, Che i timpani spezzare or ne minaccia. Anzi, o c’illude l’apparenza strana, Il signorino, che la man s’inguanta Di più morbide pelli e più gentili, Par che del trivio le selvagge usanze Nobilitare o vincere presuma; Onde i modi che furono plebei Di signorili omai prendono il nome. Il nuovo Sol ne’ fôri e nelle piazze Forse ci attende; ma la tua vaghezza Non ti seduca a figurar l’immago De’ nuovi Scribi e nuovi Farisei; Inutile fatica, e di fastidio A un tempo piena. A più felice impresa L’intento volgi. La volubil moda Sai che tiranna ad una norma adegua Unica e sola le discordi cose, E gli uomini diversi. Ancor si piace Che degli alunni suoi la miglior parte Sulla schiera volgar tanto si levi, Che in non creduto error tragga le menti. Ora d’un velo candido e pudico A femmina procace il guardo adombra; Ed ora ad atti di viril baldanza La sconsigliata verginella educa. Un ignoto garzone, o noto forse, Innanzi move a concitato passo, Con penzolante braccio, e col cappello
Giù per gli occhi rivolto. Al masnadiero Non griderai; chè un donzellin vezzoso A te s’accosta, e dall’accesa foglia Lento sorbendo con maestre labbra Un nembo manda d’innocente fumo. Non dalle frange e dai mercati arredi, Ma dai volti t’inspira in cui natura, Come sè stessa d’un errore accusi E in parte emendi, ricordar si piace Qual anima di ciuco o di men degna Belva s’asconda sotto a quelle spoglie. Il rapido giudizio in fallo adduce Anco sovente. Andar colla test’alta Un uomo vedi, e di superbia a torto Lo noti; chè di pien meriggio pensa, Pensa alle fasi dell’amica luna. Così per la pietà ti discolori Del mercatante, a cui si rompa il banco, Onde lo credi stritolato e morto. Inutile pietade; egli d’un salto Balza nell’aureo cocchio, e dispettando Sogguarda al creditor pedestre e scalzo.