Italian poem
Sermone XXVII
by Giacomo Zanella (1820–1888)
Della notte le tenebre fugando S’innalza il Sole a rischiarar la terra Colla vivida face, e de’ lontani Monti all’ombra cadendo si dilegua. Cade e risorge con alterna vece. Ma la prim’alba e sola a noi riluce Appena, e tocca già l’ultima sera Temuta troppo o desiata, quando Del baldo immaginare il volo tronchi, Od a lungo soffrire unico e tardo Rimedio apporti. Desolato e stanco Erra l’incerto pellegrin, che in questa Selva incantata a sè vede d’intorno Immagini danzar leggiadre e liete, E più s’accosta e s’affatica, al vento Qual nebbia leggerissima disperse, Lasciar vuoti gli amplessi e vuoto il core. D’ingannevoli fole altri beato In vista, fugge pauroso e bieco Di sè l’amara compagnia, cercando Nel tumulto, nel fremito, nel cupo Romoreggiar delle contese umane Di sè medesmo l’infelice obblio. Tra le cure affannose ad una ad una Ogni più cara illusïon vien meno, E la sola memoria acerba dura;
Acerba più quanto più ratto il sogno Della vita s’invola, e seco porta Le mentite speranze e più non torna. Ma quei, che a noverare i giorni apprese Sol dall’angosce, palpitando il giorno Chiama, che dell’angosce ultimo sia; Ed aspettando misero si duole, Che lentamente a’ suoi voti risponda. Chi più saggio e felice? Incauti tutti, E tutti infelicissimi, che al vero Segno chiudendo della mente il guardo, Dietro corriamo indocili farfalle All’infido baglior che alletta e uccide; E dell’inganno nostro iniqua voce Dando all’inconsapevole fortuna, Più che a noi stessi, nella sorda guerra Più scorati cadiamo, e più superbi. Al dolor nati, del dolor la legge Noi tutti preme; ed il purpureo manto E la lacera veste al volgo ignaro Le recondite pene indarno asconde O mal rivela. Della colpa figli, Nostra comune ereditade è il pianto. Stolto chi venerar sdegna l’arcano Avverso no, ma provvido consiglio Di Lui, che fatti d’ogni labe puri E l’un dell’altro pïetosi, in santi Di fraterna amistà nodi congiunti Ne vuole, e degni di sua grazia rende. Ma, più che stolto, sventurato! Un raggio Sotto a torbido cielo a lui non splende Di speranza e di amore; e senza un raggio Di speranza e di amor, peggio che morte, È nostra vita dolorosa e oscura.
O strane menti de’ mortali! Al vostro Ardito speculare angusto è il mondo; Che la terra ed il mar, l’etere e cento Elementi invisibili domate; Ma di voi stessi qual cura vi prende? Già la tremenda folgore s’inchina Quasi lambendo umilïata il piede All’uom che la scongiura, e fra le nubi Slanciandosi rapisce una favilla Che mille faci tremolanti avviva, Ed emula del Sol rende la notte. Per l’immenso oceán ricca di vele Scorre l’altera nave; ed alla foga Del fremente vapor fugge la via, Che per terra e per mare invan divise Remote spiagge e popoli diversi. Voi di natura gl’intimi secreti Indagando svelate, e di voi stessi Avete scarsa conoscenza, al gioco Abbandonati della rea ventura; Nè sopportar, nè vincere sapendo La dura signoria che vi flagella. Ma tutti a un tempo il natural desio D’un ignoto piacere agita e incalza: Ignoto, allora che l’infermo senso Il ben dell’intelletto a noi contenda E la pace del core e le serene Gioie d’un’alma a cotemplare avvezza Quanta parte di cielo a noi sorrida, Se di valore e di costanza armati Impavidi sappiam colla nemica Sorte lottare, ed iscotendo i ceppi, Onde lo schiavo impallidisce o freme, Alto poggiar con liberissim’ala,
Che i nembi sprezza e l’ardua meta arriva. Deh, se fede e pietà ne’ petti alberghi, L’ira deposta e la viltade, in questa Idea consolatrice alfin riposi L’agitato pensier. Dolce è la vita Nelle miserie pur, quando s’infiori Di gentilezza e d’onestade, intorno Spargendo i salutiferi profumi, Onde la innamorata alma si bea. E se morte terribile minaccia De’ codardi e de’ tristi il gregge immondo, Come placido sonno al giusto vela Soavemente gli occhi, al ciel rivolti Anche una volta a salutare il Sole. Piange la gente vedova e smarrita, Ma di sè piange; e ch’io favelli il vero, Questa tomba ne dice e questo pianto.