Italian poem
Tirsi, così per tempo? Ancor su i prati
by Giambattista Felice Zappi (1667–1719)
Alessi Tirsi, così per tempo? Ancor su i prati Sparsi non ha l’Aurora i primi umori, E riconduci il gregge a i paschi usati? Jer sera ultimo pur fra noi Pastori Alla capanna tua festi ritorno: E sorgi pria da’ mattutini albori? Mira ancor l’Alba sonnacchiosa intorno, E osserva come della notte a fronte Timido ancor non s’assicura il giorno. Tirsi. Tu sogni, Alessi mio presso a quel fonte Un’ora è già, che ho colte le vìole, E ’l mentastro e la persa appiè del monte. Pigro è ben colui, ch’ama, e aspetta il Sole: L’Aurora mia son gli occhj del mio Bene, Per lei veglio, esco, e fò come Amor vuole. Dorma chi ha lieto il cuor. Se talor viene Il sonno a gli occhi miei, vi trova il pianto, E fugge per l’orror delle mie pene. Così non fosse! Ch’io mi struggo tanto Che non ho poi lo spirto mio primiero, Quando un Pastor mi sfida al salto, al canto; Vegliando intere notti all’aer nero Starei pel bosco in compagnia de’ lupi, Anzi pur del mio duol, ch’egli è più fero. Alessi. Ah Tirsi, Tirsi, ed in quai tristi, e cupi Pensier, cieco, t avvogli? Ah ti rammenta D’Amita e Alceo le disperate rupi. Qual duol, qual vana cura or ti tormenta? Amor non è; ch’ei mai sì fier non tese L’arco, ond’uom poi tanto sen dolga e penta. Ma s’egli è Amor, dimmi in che mai t’offese? Forse perchè d’un corrisposto ardore Le fiamme in te con gentil face accese? E che saria, s’armato di rigore Con un di rio veleno asperso e tinto, Dardo crudel ti avesse punto il cuore? Ragione allor saria dal duol già vinto Di pianger (se li fingi ove non sono ) Il vivo affanno e il tuo riposo estinto. Che manca a te? Di fresca etade il dono Non hai caro alle Ninfe? E dolce e grato Non hai tu, a par del vento, è il canto e’l suono? Amo io pur anche o Tirsi, e fiuti al lato Ho strali anch’io; par vivo sì contento Qual non sarei per cangiar voglia e stato. Tirsi. Tu non ami da vero a quel ch’io sento. Uom, ch’ama ed ama lieto, ama per giuoco; Alessi, Amor non è che un fier tormento Ma apri al gregge omai, che del mio fuoco Per via diremo, e di mia doglia acerba: Non vedi il Sol, che spunta a poco a poco? Mira a bei raggi d’or come superba Fan pompa i Colli; ascolta gli Agnellini Belar d’intorno, e direi: All’erba, all’erba. Alessio. Ecco io ti seguo, o fia per gioghi alpini, O per boschi o per valli erme e romite, O quando sorga, o quando il Sol declini Sù, sù mie pecorelle uscite, uscite, Sù Liete andiam con Tirsi, ove n’aspetta Delia nostra per piaggie alme e fiorite. Ivi al girar degli occhj suoi, l’auretta Vedrem scherzar più dolce intorno al suolo, E più bella spuntar co’ fior l’erbetta. Ivi con l’altre Ninfe accolta in stuolo Clori vedrem, Clori, che in te sol puote Far lieve ogni aspra cura, e dolce il duolo Clori sì: tu pur sai qual vibri, e ruote Virtù da quei bei lumi, e qual mai spiri Grazia da quel bel seno e quelle gote. Ma tu dubbio ancor taci? ah tu sospiri? Tirsi. Con voce di sospir parlan gli amanti. Alessio. Sì quei ch’han crudo Amore a’ lor desir. Tirsi. Sempre Amore ha di fero, e crudo i vanti. Alessio. Anzi fu sempre Amor gioja e diletto. Tirsi. Ah! che così non dicono i miei pianti. Alessio. Troppo il desio inganna, e t’empie il petto Di fallaci apparenze, ond’è che insieme Or t’affligge, or lusinga un vario affetto. Com’Uom, se morbo, e grave cura il preme, Talor sognando e vani spettri e larve, Fra speme e duol torbido ondeggia, e teme, Nè, benchè poi coll’ombre il sogno sparve, Dubbio si rasserena, o finto crede, Col testimon del dì ciò, che gli apparve: Così mal cauto a quel pensier dai fede, Che ti dipinge Amor fiero e tiranno Crudo in usar pietà, non che mercede: Nè vuol, che al lume di Ragion l’inganno, E ’l vaneggiar tuo miri, ond’è, che gravi Te di non giusto e volontario affanno... Non son, non son così pesanti e gravi Le catene d’Amor, quai fingi o pensi. Nè strali ha che dolcissimi e soavi. Oh! se questi d’Amor bei rivi accensi E fiori, e fonti, e fere, e rupi, e piante Avessero talora e voce e sensi Dirian, che arene il Mar non ha, nè tanto Frondi April, raggi il Sole, e stelle il Cielo Quante Amor gioje dona a un cuore amante. Non vedi là come in quel verde stelo Mostra la rosa coll’accese foglie Parte di quell’ardor, ch’in seno io celo? Mira colà quale d’Amore accoglie Fuoco quel giglio, ch’appo lei s’asside, Sotto il pallor di quelle belle spoglie. Natura in lor, qual fra di noi, divide Cura e stimol d’amar: pur questo e quella Scherza coll’aura innamorata, e ride. Tirsi. Oh! se avesser d’Amor senso e favella Le fere, i fonti, e i fior, che in vago riso Scherzan con l’aura innamorata e bella, Udiresti, o Pastor, quanti diviso N’ha Amor da vita, e co’ suoi tristi amori: Ti moveriano al pianto Aci e Narciso. Io ’l so, se dona Amor gioje, e dolori, Io, che sento nell’alma il fero, artiglio. Io, ch’amo più de’ fonti, e più de’ fiori. Felice te, cui fascia asciutto il ciglio Amor! Ma o non è ver, che duol nou senti, O amerai tu, come la rosa e il giglio. Alessio. Io di quante Amor fiamme e strali avventř, Forse il più grave, e la più ardente ascosa Porto in sen, nè pur provo i suoi tormenti Ma tu qual fanciullin, che a vaga rosa Stende la man, se lieve punta il fiede Schivo s’arretra, e torne altra non osa; Tal mi sembri in Amor ma se pur fede A’ rozzi detti miei prestar non vuoi, Ascolta almen ciò, che in mia mente or riede. Udisti mai, Lacon? Sai se fra noi Uom v’è di lui più saggio, o pur s’altronde Pastor d’egual, virtude oggi aver puoi. Ei là dove quel platano diffonde L’ombra sua grande, a me più volte espose Così ciò, ch’egli al volgo ignaro asconde: Ch’Amor mente è del Mondo e delle cose Principio, e vita, intelligenza e sfera, Fabbro delle più belle opre famose: Che Ciel non v’era ancor, nè Terra; ed era Confuso ogni elemento, sparso il tutto D’ombra giacca caliginosa e nera: Qual piuma lieve al vento o nave in flutto, Scosso ogni corpo senza fren scorrea, Al primo orrore orror crescendo e lutto. Tal del vasto Universo era l’idea: Quando Amor di là sorse, ove a se noto Pago sol di se stesso, in se vivea, E co’ rai del suo vivo ardore ignoto Luce imprimendo in questa parte e in quella, Nuovo impresse ne gli Orbi ordine, e moto. Cessò tosto l’orrore, e di più bella Fiamma s’accese il Sole, indi a quel lume Apprese a scintillare ogni altra Stella. A’ cenni poi di sì possente Nume, Sovra i cardini suoi ferma librosse La Terra, oltre il suo primo uso o costume. Dal letargo in cui giacque allor si scosse Natura, e vaga de’ novelli onori Tutta leggiadra incontro Amor si mosse. Ed ei, prodigo allor de’ suoi tesori, L’empiè di gemme e d’oro il grembo, e ’l petto Le ornò di vaghe erbette, e il crin di fiori. Indi, ogni altro pensier da lui negletto, Ciò che ha vita or quaggiù, con nuovi vanti Prese di generar cura e diletto; Oude in virtù di lui nacquero quanti Pesci ha il Mar, l’Aria augelli, e fere il Bosco, Varj fra lor di genio, e di sembianti. Qual placido, qual rigido, qual fosco, Qual vello, o squamma, equal piuma ricopre, Qual d’aspro dente armato, e qual di tosco; Ma fra l’eccelse sue mirabili opre, Degno d’eterno onor l’Uom poscia apparse: L’Uom, che tanta del Ciel parte in se cuopre. Ed ho qual senti mai gioja destarse Amor quando, in mirarlo, ei vide in lui Raccolto il Bel, ch’in tante parti ei sparse! E sen compiacque sì, che ad esso i sui Raggj, ad esso del fuoco, ond’ei sfavilla, Quei semi diede; indi passaro in Nui. Questo è quel fuoco poi, ch’arde e scintilla Or sù due rosse labbra, or sù due gote, Or sul confin di tremola pupilla Che se troppo si mira, ei per le note. Aperte vie degli occhj al cuor sen viene, E ’l pigro sangue a un tratto agita e scuote; Lo qual scorrendo per l’accese vene Desta in noi tal piacer, che, seco avvinto, Ogni nostro desìo sforza, o ritiene. Quindi è, che poi da quell’impresso istinto Tratto ciascuno, in ver l’oggetto ch’ama Rapido corre, come a centro spinto. E se pari in lui trova e senso e brama, Gode è così ch’altro piacer non cura; Lieto è così che più non chiede, o brama. Or se l’amare è forza, e se Natura A noi per legge il diede, e s’a noi piace, Legge esser mai non può sì grave e dura. Dolce dunque d’Amore è strale e face, E quando dolce impiaga e dolce accende Se quindi ha solo il Mondo e vita e pace. Tirsi. Di Cane io mi dolea, che fier m’offende Co’ morsi il fianco, e i denti al cuor m’interna; E tu parli del Can, che in Ciel risplende. Altr’è la mente augusta, eccelsa, eterna, Detta Amor, perchè amando il tutto fuore Trasse dal Nulla, e amando or lo governa Altr’è la passion che dentro un cuore Tiranna siede, a in lui sol doglie crea Amare doglie, ond’ha nome d’Amore. Ciò, che il saggio Lacon dirti solea, Non sò, sò ch’il Pastor chiaro in Toscana, Quando cantò d’Amor, così dicea: »Ei nacque d’ozio, e di lascivia umana Nutrito di pensier dolci e soavi, Fatto Signore e Dio da gente vana: Qual’è morto da lui, qual con più gravi Leggi mena sua vita in aspre pene.» E tu meglio il saprai, che un dì il cantavi Ma giacchè lungi dalle umili avene Par, che mi sfidi alle contese industri: Fummo, Alessi; ancor Noi, fummo in Atene. Io dicea Probo; e non avea duo lustri: S’ora mi vedi guardian d’armenti, Vidi, e, conobbi anch’io le Scuole illustri. L’Uom dal primo suo dì nacque a i contenti, Signor di ciò, che sotto il Sol soggiorni: Da’ segni del Centauro all’Orse algenti A lui la Terra coi bei fiori adorni, Il Ciel co i venticelli a lui ridea: Oh memoria soave, oh lieti giorni! A lambirgli la Tigre i piè correa, E danzando Natura a Ciel sereno All’Uom d’intorno, Amor, Amor, dicea. Allor fu la stagion, ch’a noi nel seno Caro sedeasi, e senza fiele Amore, Quand’era l’Aspe ancor senza veleno. Ma poichè l’Uom (ahi crudo ingrato cuore!) Di gloria eguale a Numi ambìo gli acquisti, Non ben contento del secondo onore; Tu voragini allora, o Terra, apristi, T’armasti, o Ciel, di lampi e di saette: Ahi memoria dolente, ahi giorni tristi! D’unghie la Tigre, e d’ira armata stette, Anzi fu l’Uom all’Uom Tigre; e Natura Da tutt’i corpi suoi chiamò vendette: E vendette rispose, e entrò in congiura L’Abisso, e di laggiù fur visti uscire Le febbri, i morbi, e l’atra Morte oscura Ma, perchè l’Alma non potea morire, Amor, ch’era nei cuor soave e grato Io, disse, eseguirò l’aspro martire. Così coll’altre passion armato, Rubello alla Ragion, che il resse in pria, Restò crucio e castigo all’Uomo ingrato. L’Alma allora imparò morir che sia; Nè morir solo, ma morire ogni ora: Dolce era, se una sol volta morìa. Questi, o Alessi, è l’Amor, ch’il tutto infiora, Amor, che dolce impiaga e dolce accende; E dà pace così, ch’ognun ne mora. So, che Ragion talor l’armi riprende, E spinge Amor da’ frali oggetti e bassi Al Ciel, dond’a lui poi gioja discende. Ahi! ma non tutti han piume onde al Ciel vassi, E noi restiam quaggiuso in carcer negra, Strascinando catene dietro a i passi. E senti, o Alessi ond’è, ch’afflitta ed egra L’Alma langue nel sen qual or l’impiaga Quell’Amor, che tu dì, che la rallegra Di bionda treccia, e d’una guancia vaga L’Alma, che a gioir nacque a’ Numi avanti, S’innamora quaggiù, ma non si appaga. Così, benché godesse un qualche istante Perchè non gode il Ver, torna a penare, Se pur non pena sempre un’Alma amante. Crudele Amor, che sforzi a sospirare, Se l’Uom fai lieto, o il lasci in doglia avvinto, Quando neghi il diletto, o no ’l sai dare. Ma forse... Ah! troppo avanti il duol m’ha spinto. Cedo venice, o Amici, o Ninfe in danza: Fategli una corona: Alessi ha vinto. Serba una gioja Amor, ch’ogni altra avanza; E fa dolce le piaghe e dolce il danno: Sei tu soave, e cara, alma speranza. Alessi, Alessi, ah sgombra omai l’inganno! Speme, ch’ogni momento a morte chiami! Ah se questo è il gioir, qual fia l’affanno? Leggo negli occhj tuoi ciò, che dir brani: S’Amor, dirai, non è, che un dolor rio, Perchè pene io non sento? ei tu perchè ami? lo amo, ahimè, che ’l vuole il destin mio, E so, ch’io moro; e il colpo è in alto, e ’l vidi: Ma inerme e prigioner, che far poss’io? Tu non apprendi il mal, perchè t’affidi All’empio Amor, che il calice t’indora; E bevi intanto il suo veleno, e ridi. Alessio. Dolce e caro: velen se da quell’ora Che da un bel volto il bevvi, ei tal mi rende, Che ’l viver senza lui grave mi fora. Ma se talor pur lievemente offende N’appaga poi con tal piacer, che pari Gioja fra noi Mortali invan s’attende. Quella man, che da’ concavi alveari Invola all’Api il mel, benchè si punga, Favi però non trae men dolci e cari. Ma siasi pur come tu vuoi, che lunga Nostra tenzon saria par troppo, quando Per molto dir non fia, ch’al ver si giunga. Già siamo al prato or via cantiamo, e in bando Vadano, Amico, la tua doglia acerba, E tu stesso il tuo duol tempra cantando. Tirsi. Poichè cantando il duol si disacerba, Cantiamo, Alessi: e voi per lo poggetto Pascete, armenti miei, pascete l’erba. Sediamci qui fra i lauri e ruscelletto; Io farò qual Cicala al Sole estivo Che canta per ardor non per diletto. Ascoltatemi, o Ninfe, Uditemi, o Pastori, E voi dolci Augelletti, e fere Belve, Fresch’aure, e fresche linfe, O erbe, o frondi, o fiori, O valli, o prati, o colli, o rupi, o selve: Canta della sua Clori, Di lei, ch’è prima infra le Ninfe erranti Tirsi, ch’è il primo infra i fedeli Amanti. Alessio. Ed io te sol, te bramo, Eco gentil, che sei Or intorno a quell’antro, or su quel Rio; Tu narra all’Idol, ch’amo, Ch’ad esso i carmi miei Volgo, come ho pur volti alma e desìo E poi soggiungi a lei, Che quante ha pene mai Tirsi per Clori, Tanti sento io placer de’ nostri ardori. Tirsi. O Pastorelle Leggiadre e belle, Ch’andate scalze, Ditemi voi Qual’è fra noi Dea degli Amori, Venere, o Clori? Alessio. O vezzosette Cortesi Aurette, Ch’a Delia intorno Temprate il giorno Tra vaghi fiori, Sentiste odori Più dolci e grati De’ suoi bei fiati? Tirsi. Api gentili, ch’i bei fior cercate A Clori andate, ch’ha ogni fiore accolto Sul vago volto; e s’anche il mel bramate Il mel trovate se da voi si tocca La bella bocca. Alessio. O Ruscelletti, che per vie fiorite Lieti ven gite o voi canori Augei Da gli arboscei, che la mia Donna udite; Deh voi mi dite chi di loro il vanto Abbia nel canto. Tirsi. La mia vaga leggiadra Pastorella Quando ride talor si fa più bella Le dolci labbra dolcemente schiude, E i negri occhietti bei chiude e non chiude; E fa un bel solco al mento, e due nel viso Oh vaga Pastorella, o dolce riso! Alessio. La Ninfa mia, se talor meco è in guerra, China, quando m³ incontra, i lumi a terra; Poi sdegnosetta a me gli volge e gira; Poi di pietà gli veste e in un sospira. Così d’ira e d’amor confonde i segni Oh sospir cari, oh cari e dolci sdegni! Tirsi. Jer fu veduta l’Aquila grifagana Là fra la rupe il bosco degl’Allori; E dove Alfeo nel vicin lago stagna Stava una turma di Cigni canori. Oggi ascolto li Buoi per la campagna Muggir più lieti. ah! temo di mia Clori Io so, che i Numi dallo Ciel già scesero, E per beltà minor tai forme presero. Alessio. Io d’altri nò, ma temo sol quel fonte, L’onda di quel vascello e di quel fiume Poiché specchiandosivi ella fronte, Mira il tesor di sua beltade e il lume; E ch’indi poi resa superba, in oute Cangi e ’n disdegno il dolce suo costume. Ben mi conosco; onde il mio picciol merto, E sua virtù, me di lei rende incerto. Tirsi. Io so di che ridete erbe giulive; Il Girasol vedete in queste rive Girarse, piegarse Al suolo, al polo Confuso, deluse A più d’un Sol lucente: al per l’inganna Di Cleri la capanna, e l’Orìente Alessio. Io so, perchè pensosa in sulla spine Sta quella vaga rosa umile e china: S’arresta modesta, Le foglie raccoglie, Perch’ama, e sol brama Che Delia mia la tocchi, e la ristaure Più che l’Alba con l’aure, ella con gli occhi. Tirsi. Dimmi qual è quel più di Tigri e Pardi Mostro crudel, che fra di noi si giace, Talpa a’ rai, Drago all’ali, Istrice a i dardi? Alessio. Qual è il fanciul, ch’insieme è veglio audace Che sana allor, che più ferisce un cuore, Che quando più tormenta allor più piace? Tirsi. Dimmi, e d’Apollo avrai vanto maggiore Come si può d’Uom vivo fare un fonte? Ah! questo il sai, ch’ai visto il mio dolore. Alessio. Ma vedi là come giulive e pronte Cinte il crin di fioretti, e di ghirlande Scendon le Ninfe, e a piè già son del monte. Vedi colei, che più leggiadra e grande Appar d’ogn’altra? E’quelle Delia. Oh come La riconosco ai rai, che intorno spande! Già l’Alma tutta all’adorato nome Corsa è su gli occhi, o Tirsi, Oh qual fulgore Sorger vegg’io da quelle belle chiome: Oh come liete, oh come gode il cuore! Cessiam, Tirsi, dal canto; ed or rimira Quanto sia dolce in quei begli occhi Amore. Tirsi. Io veggio quella, onde il mio cuor sospira, E sento, ad onta di mia doglia trista L’acre, che al suo venir più dolce spira. Vedila, Alessi, che leggiadra in vista Sen vien per via danzando e si nasconde Fra salce e salce e non vuol esser vista. Vedi quei raggi delle chiome bionde. Ahi che mi vede, e indietro torna: oh Dio! Ch’io pur la chiamo e fugge, e non risponde. Oh Amor pien di martiri Alessi, addio; Io vuò seguirla; il gregge io lascio a te. Se vien.... se Uranio vien, digli, che il mio... Digli quel, che tu vuoi. Son fuor di me..
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