Versos Italian Giosuè Carducci Il Vaticinio

Italian poem

Il Vaticinio

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O patria, O divûm domus Ilium, et inclyta bello Moenïa dardanidùm! Aenead. II. 241.

Mentre solcando d’Anfitrite i piani Il frigio predatore Di Laomedonte a’ lari empio traea Varie di amor l’adultera ledea; Scossa da un sacro orrore E preda agli euri abbandonata il crine, Su le patrie ruine E l’incalzar di fati ancor lontani Gemea gemea la mesta Cassandra, e la funesta Voce nunzia di mali ahi non creduti Negli atrii ancor non muti Del suon degl’imenei giva sciogliendo A tal di sangue vaticinio orrendo

Deh! ripiega, pastor, le infami vele De l’Atride a le braccia, Deh! radduci costei. Ve’ qual di guerra Nembo caliga su la nostra terra! Già già lo scudo imbraccia Gradivo e affuoca il siciliano brando: E’n lui tutto versando Il tartareo venen Furia crudele Gli allaccia il grande usbergo. Già su noi piomba: a tergo Mugge de’ figli suoi lo stuolo audace; E la sanguigna face Alto levando, Aletto anguicrinita, Ilio, le sacre tue rocche gli addita.

Oh! Qual di guerra ferve alto ululato: Qual nitrir di destrieri, Qual peregrino suon d’aspri metalli Ti ferma, o Simoi, per le patrie valli! E quel di Achei guerrieri Quel diluvio che i nostri campi innonda Che vuol? Qual fatto è sponda Al danäo furor di dritto armato? Ahi! Che su l’ilie porte Semini strage e morte, Divin ferro di Ftia di piaghe fabro: E a l’assetato labro Del fuggente al terror Troiano esangue

Meni, o patrio Scamandro, onda di sangue.

Chiuse il candor de’ membri in atro manto, E su ’l vergine petto, Sospir d’amanti, il crine abbandonate, perché danze e imenei da ’l cor sgombrate? Figlie di Troia, il tetto Devoto e l’ara sorda Erinni tiene; Ed a la Dea non viene, Ch’Ilio in campo minaccia, il vostro pianto; Né puote umana voce Piegar de la feroce Armipotente il crudo petto e l’ira. O Dei! Come vi mira Volgendo gli occhi in sanguinose rote, E la gran lancia crolla e l’elmo scote!

E tu adultero vil solo, tra il lutto De’ tuoi, dentro la vòta Squallida reggia, a la tua druda in braccio, Farai di rose al crin leggiadro impaccio? Mentre su Priamo immota La legge sta de l’inimico fato, Nel talamo odorato Scamperai, vil, de l’aste argive il flutto? Secoli e genti, ei sia De la prosapia mia Rampollo senza gloria e senza vanti: nè vate eterno canti Come Nemesi ’l colse, allor che al fine Prostrò dentro ’l suo sangue il molle crine.

Ombre de’ padri miei, voi da li avelli Il destriero nemico E dal sonno di morte, ah fia che deste! E questi sacri penetrali e queste Are ed il lauro antico Che ad Apollo esorando abbraccio in vano, Bagna il sangue troiano, Di Priamo il sangue, il sangue de’ fratelli. Tu cadi, Ilio divina: E su la tua ruina Tratta pe ’l crin fra militar trofei, O città de gli Dei, Io grido a te: patria di Ettorre mio, Patria di Priamo e de’ miei padri, a dio.

Ma perche squarci a l’atterrita mente, Febo crudele, il velo Che tanti mali mi ascondeva, e, trista!, A l’orror mi togliea de l’empia vista?

Ecco: di fiamme il cielo Cupamente a l’intorno arde e rosseggia: Ampio già signoreggia Il foro, e tutto avvolge Ilio cadente. Dei crudeli, gioite: È vinta la gran lite. Perfido Giove e ingrato anch’ei non cura D’Elettra sua le mura: E ne’ decreti il Fato ha scritto come Fu d’Ilio un giorno, or vota larva e nome.

E voi che cerchio fate a la funesta Profetessa di mali, Iliache donne, per le argée convalli A gli Achivi fatali Pascerete con molli archi i cavalli. — Dicea Cassandra: e discioglieano intanto Le vergini priamée d’amore un canto.