Italian poem
Per raccolta in morte di ricca e bella signora
Sparsa la faccia bianca De la fuggente vita, Con la persona stanca Abbandonarsi a l’ultima partita Lei che sposa virginea Pur or ne arrise di beato amor;
Sentir com’angue gelida E questa e quella mano; Gli occhi mirar che vitrei Orribilmente nuotano nel vano Forse in cerca de i pargoli A lo sguardo nascosi ahi non al cor,
De i pargoli che muti Intorno al letto stanno Rigando i volti arguti Di lacrimette, ed il perché non sanno, E come sogno i fervidi Baci materni penseranno un dí;
E intorno l’ombra stendersi De la morte odïosa, Mentre pur su ’l cadavere Si lamenta con Dio la madre annosa Ch’abbia a compor ne l’ ultima Pace chi a premer gli occhi suoi nutrí;
Deh quanta pièta! E pure Dolori altri secreti Conosco, altre sventure, Che di solenni lacrime a’ poeti Non chieggon pompa. Apritevi, De la miseria antri nefandi, a me.
E tu che in quelle fetide Paglie mal sai celare La nudità che informasi Da l’ossa attratte e orribile si pare Tra i pochi cenci luridi, Forma dolente umana, oh qual tu se’?
Il secco occhio splendente Con le pupille ignave, Il sudor che di lente Righe solca le tempia oscure e cave E rappreso su l’umida Fronte il cinereo mal piovente crin,
E quel vermiglio lurido Ne le saglienti gote, Quel faticoso anelito Da l’osseo petto cui la tosse scuote Acre profonda ed arida, Quel sangue de la bocca in su i confin,
Annunzian, fere scorte, La grande ora suprema. Al passo de la morte Niun la prepara? e niuno è che qui gema? Ecco: un parvol si strascica Su quelle paglie, e chiede pur del pan;
E un infante co ’l rabido Vagito de la fame Contende, ansa, travagliasi Co ’l viso macro, con le dita grame, Intorno de l’esausta Poppa. Ella guarda, e a sé lo stringe in van.
Lente cadon le braccia, Il guardo le si vela, E pia morte la faccia De gli affamati suoi figli le cela. Devoti essi a la livida Colpa ed al vorator morbo son già.
L’uomo, doman, che tolsela Vergin bella e pudica, Su ’l deforme cadavere Darà un guardo tornando a la fatica Usata. Ozio di piangere, Dritto d’amare il misero non ha.