Versos Italian Giovanni Prati Convegno degli spiriti

Italian poem

Convegno degli spiriti

by (1814–1884)

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Ecco lá sotto di quel tiglio verde compaion le due anime affannate: chiuse in eterno son le labbra lor. Spiriti, o voi, per cui goccia non perde di sue rugiade il fior che nol sappiate, ditemi voi di quell’ignoto amor.

— Se da noi saper tu aneli di quei due che muti stanno, quel che fêr, non quel che fanno, sará pago il tuo desir.

Hanno amato quando i cieli biancheggiarono all’aurora: hanno amato, amato ancora delle stelle al comparir.

Seppelliti in antri cupi hanno amato, allor che nera s’ascoltava la bufera per le selve imperversar.

Sulla punta delle rupi han compiuti i loro amori, li han compiuti in grembo ai fiori, li han compiuti in mezzo al mar.

Sia che l’arso o la moria disertasse e case e còlti, o i mortali avari e stolti fosser tratti alla tenzon;

legò sempre un’armonia le due vite oscure e sole; parlâr basso...; e fûr parole che ancor note a voi non son.

E talvolta nell’ebbrezza del baciarsi e viso e chiome, sui lor labbri il dolce nome dell’Italia risuonò;

ma per dir che la bellezza de’ suoi cieli e de’ suoi mari a un lor bacio non è pari: tanto forte amar si può!

I color vivaci e schietti si tramutano alle fronde, si tramuta il letto all’onde, si tramuta all’uomo il cor.

Cangia il tempo a mille oggetti usi e forme e nomi e tempre; ma i lor baci eguai fûr sempre, sempre eguale il loro amor.

Quando il mal li ha sopraggiunti, si guardâro e pianser tanto: ma ogni stilla di quel pianto dai lor baci astersa fu.

Cadder pallidi e consunti: lor dimora è tra gli spirti. Noi di piú non possiam dirti: tu non puoi saper di piú. —

E intanto giú nel basso a un romorío di foglie e delle stelle al lume incerto, ecco tremar la compagnia fedel; poi surge un suon di disperato addio; ei s’inabissa giú nel suolo aperto, ella gemendo si dilegua in ciel.

— O fate vergini, voi che abitate gli astri e le tenebre, l’aure ed i fior;

voi rivelatemi, vergini fate, questa recondita storia d’amor. —

E un roseo nuvolo sulle veloci piume dei zefiri ecco venir;

ecco un insolito rumor di voci, poi queste limpide note n’uscîr:

— Vissero insiem; ma la fanciulla amante volea prostrarsi sulle verdi zolle a supplicar per le sue colpe tante... Ed ei non volle.

Molto l’amo; ma la fanciulla, senza pace vivendo, volea far satolle dei miseri le fami, in penitenza... Ed ei non volle.

Spuntava l’alba; e la fanciulla oppressa giú in quell’erma chiesetta, a piè del colle scender volea per ascoltar la messa... Ed ei non volle.

Fuggîro un dí dopo contrasti e guerre; e la madre di lei diventò folle: chieder volea novella alle sue terre... Ed ei non volle.

E molto i suoi voleri eran tenaci, ma in lei sola fu lieto, in lei si piacque; e i suoi voleri confondea co’ baci... Ed ella tacque!

Piangeva un dí con disperato affetto un fanciullin, che per morir le nacque: ei se la strinse lungamente al petto... Ed ella tacque!

Pensava un tratto alle natíe riviere nei lunghi dí quando malata giacque; ei la vegliò per cento notti intere... Ed ella tacque!

E i più bei fiori ell’ebbe, i piú bei frutti; l’amò sui monti, l’adorò sull’acque. Ei fu tutto per lei, nulla per tutti... Ed ella tacque!

Morîro, e in premio dell’amor profondo, posson trovarsi nel giardin natío; se due morti ritornano nel mondo. Cosí vuol Dio.

Ma il pensiero di lui fu traviato. Ella versò d’amari pianti un rio, e in ciel fu tolta; ed egli è condannato. Cosí vuol Dio.

Che se aveva egli pur, siccome ell’ebbe, e terrori e rimorsi e sentir pio, anche forse per lui stato sarebbe pieghevol Dio.

E, invece di venir sulla tacente ora a scambiarsi il tormentoso addio, vivrebbero abbracciati eternamente lassú con Dio. —

Via per le tremule vòlte stellate piú malinconica la luna errò.

E il lieve e lucido stuol delle fate nel mar dell’aere si dileguò.

Solo uno spirito sotto quel tiglio dov’ei posavano s’udía cantar:

— Ahi! tra le lagrime di questo esiglio, che importa vivere, che giova amar? —