Italian poem
Dalle carceri di Padova il 17 gennaio
by Giovanni Prati (1814–1884)
Sorgi, o mio cor: si mesto io non ti voglio. È questo il semplice e profondo detto del tuo Gesú : «Beati quei che soffrono perseguitati al mondo! delle giustizie il giudice lo troveran lassú». Lo troverem, t’infranca; però che mai non manca promessa, che una volta da quelle labbra usci. Dall’iracondo fremito cessa, o mio cor, m’ascolta: ci fu promesso un vindice; lo troveremo un di. Grande sará quel giorno, che dissipato intorno, come arid’erba, il regno dei violenti andrá; regno, che qua tra gli uomini t’abbevera di sdegno, perché terribil arbitra la cieca forza è qua. Spera, o mio cor. L’Eterno coronerá di scherno chi ha prediletto il nome d’iniquo e d’oppressor; e dei piú verdi palmiti cinte saran le chiome dei figli, che serbarono libero e mondo il cor! Amar la patria è cosa si santa e generosa, che chi non l ama è detto anima inerte e vii. Ardi, o mio cor. Negl’impeti di quest’eccelso affetto ti segue ogni magnanimo, ti loda ogni gentil. Grande è la patria nostra, grande; ed a lei si prostra, e al tempio di sua fede, che è Roma la immortai, chi pon la tenda al Libano, chi sul deserto incede, come chi pesta i culmini dell’Anda inospitai. Sommesse e riverenti guardano a lei le genti, imperadrice alterna di due stupende etá, guerriero asii dei Cesari, nido dell’ara eterna, ara su cui pontefice l’Onnipotente sta. E questa patria cara, questo pastor, quest’ara, le ceneri degli avi mi fia delitto amar? Ardi, o mio cor. Di perfidi ceppi il livor ti gravi; ardi, o mio cor. Fra i mártiri oggi è pur bello entrar. Lascia che l’odio cieco dal vandalo suo speco rompa, e gli ausoni venti sferzi col fulvo cria, e, vomitando eserciti, scenda, percota, inventi le croci di Caligola e i nappi d’Alboin. Questo inventor ili pene non sa crear catene per l’anima che sale libera al suo Signor, e, a lui prostrata, il provoca col gemito immortale ad afferrar l’orrisono arco fulminator O tigri della terra, noi concitate in guerra; con sillaba demente non dite: — Iddío non v’è! — Che, quando alle sue collere sorge l’Onnipotente, stridon le frecce, e in polvere van le corone e i re. Sotto i fulminei dardi schiantati i baluardi, frante dall’imo e stese crollan le torri al suol, e dell’orrendo eccidio altro non fia palese che il fumigar dei ruderi contro al nascente sol. Gran Dio. gran Dio, tremenda quest’ira tua non scenda sui lauri e sulle palme dell’italo giardini Gli affanni ti propizino di poche afflitte salme, perché d’un tuo gran popolo s’incardini il destin. Ma, se il livor dei forti l’onta raddoppi e i torli, e invan si pianga e preghi per ottener pietá, e qua catene suonino, lá ree minacce c nieglii, e dappertutto il gemilo dell’itale cittá; gran Dio de’ padri miei, sappiano allor chi sei! ricordati le antiche giostre del tuo furor, e gli amorrei s’atterrino, come falciate spiche, ché l’han mertato i barbari, che tu lo puoi, Signor. E noi, francati i passi, sbattendo il ceppo ai sassi, col divin segno in fronte, che tuoi guerrier ci fa, drappelli insuperabili noi salirem sul monte, l’inno, gran Dio, cantandoti di nostra libertá!