Italian poem
Danza
by Giovanni Prati (1814–1884)
Mentre dirada il vespero, pien dei temuti brividi, sulla fiorita altura del Pincio i passeggier; io qui m’adagio al pergolo, e nei tepenti vortici d’una foglietta oscura covano i miei pensier. O quanti mai fantasimi, vestiti in oro e in porpora e di viole o rose incoronato il crin, ma freddi e muti, danzano sull’orlo delle nuvole, che spuntano odorose dal nostro zigarin! Chi sa dove si recano quest’ombre senza lacrime, quest’ombre senza riso, quest’ombre senza amor! Forse ridanno al Tartaro l’oscuro vel di cenere e rendono all’Eliso le vesti d’oro e i fior. La strana danza io séguito di quei risorti spiriti che vivono un momento poi tornano a morir. E, quando tutto è tenebra e il morto mondo interrogo, altro di lá non sento che l’eco d’un sospir. Chi l’ha mandato? è un angelo che in Dio s’allegra? è un profugo del paradiso? od uno cui l’Èrebo s’apri? o sono insiem le picciole forme dei nostri lemuri, che per l'Olimpo bruno sospirano cosi? Noi so. Da me scomparvero quelle minute imagini; e l’unica ingioconda traccia, che meco sta, è sovra i panni il candido pulvischio d’uno zigaro, che la fantesca bionda doman mi pulirá. O tu, dall’alta Orcomeno discesa, ellenia favola, se in cortice del Nilo ti posso io mai ritrar, vivi non come un alito di fumo che si sperpera, ma come un fior di Milo sull’afrodisio aitar. Deh! suscitiam le vergini fiore, i giocondi egipani, le faune ed i silvani, che non sorridon piú: non ci stendiam coni’ar ide mummie in egizio feretro, torniamo ai mondi arcani sognati in gioventú.