Versos Italian Giovanni Prati Foresta

Italian poem

Foresta

by (1814–1884)

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Numina per sylvam ludunt: vos carpite flores. nymphae. Come è fuor dell’usato tacita la foresta! Non allegro latrato di cani o tibia di pastor tu senti: nelle sue verdi chiome pur non giocano i venti. Oh come strana, oh come ell’è, senz’esser mesta! Se tu intendi l’udito, mia dolce Azzarelina, ti fere un mormorio sottil, vago, infinito: non altro. È la divina Iside che s’asconde sotto i muschi e le fronde? od è un piú dolce iddio che qui sospira? Io noi so dir, ma parmi che una potenza arcana è qui. Son forse i carmi, che il fauno e la silvana van susurrando lieti dentro il crin degli abeti, o sotto le rugose felci che il lume della luna imbianca? Dalle segrete cose io qualche nota so rapir talvolta: qui mi t’assidi a manca, Azzarelina, e ascolta. In questa verde selva tutto è laccio d’amore: l’erba favella al fiore, il fior favella all’albero, e l’albero alla belva, e la belva feroce o la gentile al ritornante aprile. In questa selva bruna le deitá piú belle favellano alle stelle, parlan le stelle all’etere, e l’etere alla luna, e la luna alla notte e questa ai tanti suoi pensierosi amanti. Nell’alto verde io teco favello, Azzarelina; e una cara indovina, che ti ripete il murmure delle mie voci, è l’Eco; e l’Eco parla all’aura, e l’aura lieve parla al tuo vel di neve. E il candido tuo velo parla al tuo core, ed io parlo con ogni iddio di questa selva, e il pelago parla di noi col cielo; e, piú che giunco il rivo o foglia il ramo, Azzarelina, io t’amo. È questa selva eterna, perché ritorna maggio, perché degli astri il raggio molle ne irrora i cespiti, pur quando gela e verna: perché fresco un umor, come in noi due, stilla nell’urne sue. Qui sorgerá la festa dei bruni veltri ancora; e alla ridente aurora, dei mandriani il cantico s’udrá per la foresta; e numi e ninfe nelle consce grotte invocheran la Notte. Sui talami muscosi quanti sospir sommessi, quanti teneri amplessi, mentre usciran le amabili Ore danzando! O ascosi baci rapiti ai sacri boschi in seno, chi vi pon legge o freno? Non ha dolcezze uguali fior d’ibla o fior d’Inietto, o nel divin banchetto ciò che invermiglia il calice al re degli immortali; né ottien poi sempre chi ha corona e trono d’un di quei baci il dono. Azzarelina, oh! bada che alata è la terrena letizia. A me catena fa’ di tue braccia. È limpido il ciel, nella rugiada spira l’ambrosia, son fioriti i dumi: questa è l’ora dei numi! Com’è, com’è profondo il silenzio del bosco e quel degli occhi tuoi! Dimmi: è scomparso il mondo o il mondo è qui con noi? Io piú non mi conosco, e in me stilla un languor che sembra morte. Le tue braccia rattorte al collo mio, come fiorenti rami di mandorlo, colora col suo raggio la luna. ma riso o voce alcuna sul tuo labbro non fiora. Giaci pallida e muta e al ciel somigli, che è muto a riguardar l’opra sua rara. Scomposta abbruna l’erba la tua treccia superba; due rugiadosi gigli son le tue tempia, o cara: potessimo dormire, senza piú risvegliarci, in questa riva! L’anima nostra è viva, poscia che amò, per una cosa sola, alta, gentil: morire. Però che il tempo vola, vola e non torna piú. Svegliarsi è grave dopo un sogno d’amore; dormi, fanciulla mia, dormi soave. Come ti batte il core! Che profondo sorriso .ti spunta in fantasia? Ah! tu sogni l’Eliso, Azzarelina mia. O nuvole che andate improvvise per l’aria, la bella solitaria vi commova a pietá. Deh! non turbate, aquiloni del ciel, la sognatrice. È maligno talento invidiar la breve ora felice a noi schiatta percossa, a noi che andiam, come fogliette al vento, nella cupida fossa. Dormi, amor mio. Chi sa ciò che tu miri sotto il vel delle ciglia e in che sospiri? Tu spargi la infinita ridente anima tua fuor della vita.