Italian poem
Galoppo notturno
by Giovanni Prati (1814–1884)
— Ruello, Ruello, divora la via; portateci a volo, bufere del ciel. È presso alla morte la vergine mia; galoppa galoppa galoppa, Ruel.
Se a forza di sprone li fianchi t’ho aperti, coi lunghi nitriti non dirmi: — Crudel; — son molte a varcarsi pianure e deserti: galoppa galoppa galoppa, Ruel.
Non senti nell’aria che perfido riso? non senti che fischi d’orrendo flagel? L’odor dei sepolti mi soffia nel viso; galoppa galoppa galoppa, Ruel.
Ah! questa, ch’io sento, sarebbe la voce del coro, che, mesto, la porta all’avel? Dio santo!... che veggo!... la bara e la croce!... Galoppa galoppa galoppa, Ruel.
T’arresti, Ruello?... Coraggio e speranza! Per Dio, vuoi tradirmi, cavallo infedel?... Laggiú la tempesta ruggendo s’avanza: galoppa galoppa galoppa, Ruel.
Galoppa, Ruello! Piú forte, piú forte! Dio santo, che foco! Dio santo, che gel!... Ormai sulle ciglia mi pesa la morte: galoppa... galoppa... galoppa... Ruel. —
E qui cadde orribilmente fulminato sul sentiero; e il cavallo, che non sente piú lo spron del cavaliero, e che ha libera la groppa, vola vola e non galoppa.
Scossa al vento la criniera, va piú sempre inferocito. Animata è l’ombra nera da una pesta e da un nitrito. Egli ha libera la groppa, vola vola e non galoppa.
Sbuffa ansante. Il fumo s’alza della febbre e del sudore; polve e ghiaia in alto sbalza sotto i piè del corridore. Egli ha libera la groppa, vola vola e non galoppa.
Dal dirupo alla boscaglia cento leghe ha divorato. Finalmente a una muraglia batte i fianchi il disperato... Sta la Morte sulla groppa, e il caval piú non galoppa!...
E frattanto sulle pallide scarne guance alla morente, che susurra un dolce nome, l’agil tinta ricompar; e, levata in sulla cóltrice la persona amabilmente, le bellissime sue chiome ricomincia a inanellar.
— Madre mia, sí forte l’anima tu non sai chi mi riscosse. Oh! dell’abito piú bello io mi voglio rivestir. Questa notte per le tenebre, non so dir come ciò fosse, ma la pesta di Ruello m’è sembrato di sentir.
Guarda, o madre, tra quegli alberi dove accenna la mia mano... Non ti par che un picciol punto si avvicini?... Osserva ancor. Ah!... non vedi quella polvere che s’innalza di lontano?... Non conosci?... È giunto! è giunto! Madre mia... mi fugge il cor. —
Poveretta! in giro i languidi occhi aperse un’altra volta; cercò il sole; e uscí di guerra, nominando il suo fedel. Poveretta! ai casti talami lo aspettava... e fu sepolta. Oh speranze della terra! voi finite in un avel.