Italian poem
Giovanni Prati, discorso tenuto nel Teatro Sociale la sera dell'11 novembre 1900 per invito della Società d'abbellimento di Trento
by Giovanni Prati (1814–1884)
Infatti, io sento l’onde Cantar di là dal mare, Odo stormir le fronde Di là dal bosco: e un transito D’anime vagabonde il ciel mi pare.
Da un calamo di veccia Qua un satirin germoglia, Da un pruno, a mo’ di freccia, Là sbalza un’amadriade: È in parto ogni corteccia ed ogni foglia.
Lampane grazïose Giran la verde stanza: E, strani amanti e spose, I gnomi e le mandragore Coi gigli e con le rose escono in danza....
Oh fata bianca, come Un nevicato ramo, Dagli occhi e dalle chiome Più bruni della tenebra, E dal soave nome in ch’io’ ti chiamo....
So che, d’amor rapita, In un perpetuo ballo Mi puoi mutar la vita, O su fra gli astri, o in nitide Case di margherita e di corallo. La scïenza è dolore, La speranza è ruina, La gloria è roseo nugolo, La bellezza è divina ombra d’un fiore.
Così la vita è un forte Licor ch’ebbri ci rende; Un sonno alto è la morte; E il mondo un gran Fantasima Che danza con la Sorte e il fine attende. O mar, gloria di Dio, su cui la danza Ride degli astri, quando tutto imbruna, Su cui cammina in trionfal sembianza L’antico sole e la notturna luna; Spalancato alla morte e alla speranza, Campo di tradimento e di fortuna. Maraviglia e terror di questa creta Che, come l’onde tue, mai non si cheta.
Tu vedesti passar sopra il tuo dorso I secoli, e perir, splendidi o rei; Sfarsi le flotte, e spegner gli astri il corso: E splendi eterno, e immenso ti ricrei. L’Onnipotente che ti pose il morso, Disse di te — tu la mia gloria sei! — O mare, o mar, veracemente sveli La man che ha steso come tenda, i cieli!
L’uom, dotto istinto o cupido lo attiri, S’innamora di te, vecchio Oceàno! Nè, se fra i gorghi il mercator ti spiri, Mancano vele al tuo funereo piano. Là, presso i poli, il cercator tu miri, Che poi non torna col promesso arcano: Tu l’uom distruggi, e con sue carni stesse Nutrì le perle, ond’ei la vesta intesse.
Terribil sei, nè può mutar tue norme Amor di donna o di poeta i canti. E nel freddo tuo flutto Ero che dorme Non ti fe’ pio della gran Saffo ai pianti. Te non perturba gemito di torme, Non tonfi o vampe di vascelli infranti; Nè ti fe’ più gentil l’ombra di Gama Al Cantor lusitano e alla sua fama.
Deh, questo legno che nel sen ti varca, Mar della morte, in tua tutela il piglia! Forse un’anima eccelsa è in questa barca, Splendido mare, che alla tua somiglia: Nembosa, eterna, di procelle carca, Come la tua, che del Signore è figlia: Del fiero Iddio, che la cerchiò d’un nembo, Temprolla in fiamme, e te la pose in grembo.
Primavera dell’uom, quanto sei breve! Perciò natura, con pietoso affetto, Fece uscir di sue mani il fanciulletto, Così ridente, spensierato e lieve.
Son rose i lini del suo picciol letto, Rose i baci che dona, e che riceve; È rugiada del ciel l’acqua ch’ei beve, Divina è l’aura che gli scorre in petto. Lasciamo in grembo ai luminoso incanto Questo picciolo re dell’allegrezza, Che in breve diverrà schiavo del pianto.
Oh rimembranze dell’età fanciulla! Chi serba amor di quella prima altezza, Sospira, e torna a ribaciar la culla. Quando la fredda luna Sul largo Adige pende, E i lor defunti l’itale Madri sognando van; Un corruscar di sciabole, Un biancheggiar di tende, Un moto di fantasimi Copre il funereo pian.
E via per l’aria bruna Sorge un clamor di festa: “L’ugne su noi passarono Dei barbari corsier; Viva la bella Italia! Orniam di fior la testa; O vincitori o martiri, Bello è per lei cader.
E chi, evitato il nero Tartaro, ancor respira, Abbia in retaggio il libero Pensier di chi morì. Seme di sangue provoca Messe di brandi e d’ira. Fatevi adulti, o pargoli, Per vendicarci un dì.„
Il guardian straniero Dall’ardue rocche ascolta, E le canzoni insolite Lo stringono di gel; E il pian mirando e il torbido Stuol degli spettri in volta, Pensa le patrie roveri E il nordico suo ciel.
E sclama anch’ei: “Di meste Larve simili è piena Pur la mia landa ungarica O il mio boemo suol; E a me, che schiavo indocile Veglio l’altrui catena, Pace l’avara tenebra Nega e letizia il suol.
O falco, che da queste Turrite rupi inarchi L’ali alla fuga, intendere Potessi il mio desir! Ma se pur tanto d’aere Sino al mio ciel tu varchi, Di’ a’ figli miei che abborrano In servitù perir.„
Così con varii modi Canta chi vinse e giacque, Ma in un medesmo palpito Arde il medesmo ver, Mentre la luna naviga Sovra il cristal dell’acque, E giù nel pian si sperdono Gli spettri dei guerrier.
Oh! benedetti e prodi Di Curtaton, salute: O della bella Ausonia Gigli defunti al crin! Nella region degli angeli Anime conosciute, Voi ben saliste a un secolo Senz’ombra, e senza fin.
Ogni anno, allor che lugubre L’ora della sconfitta Di Mentana su’ memori Colli volando va.... Dea circondata di tristi larve No l’amorosa morte non è.... Sognar le verdi mie primavere, Sognar le feste del mio villaggio, L’irte mie balze, le mie riviere, E de’ tepenti miei soli il raggio: Sognar la vita, sognar la fama, Sognar la dolce mia libertà: Con te la fossa, mia bella dama, Letto di fiori mi sembrerà.
“Oggi una pallida Nube di tedio e terra e ciel coprì, E ’l carme è voce inutile E ’l vate un’ombra degli antichi dì.„ Sul vecchio mondo la faccenda nova Sorge arrogante e il suo gran dì non spreca Dietro a’ fantasmi.... Oh quando Veder m’avvenga i vesperi soavi Di Tempe e il Sunnio radioso!...
L’amaro verno coi dì solinghi, Di false glorie, di falsa pace, Di sogni falsi crescon le trame.... “Sarò quel giorno biancovestita Con rose al capo, siccome a festa; E nel condurti fuor della vita L’ultimo canto ti canterò....„ divinando i prodi Del dì venturo e salutando i fati Del Lazio eterno
Ferver di genti, silenzio d’armi, Fronde d’ulivo, festa di carmi, L’animo in alto, questa è l’aurora Che nel mio sogno balena ancora.