Italian poem
I morti di Novara
by Giovanni Prati (1814–1884)
Oh fortunati i feretri de’ prodi, che del Ticin sulla tradita sponda stettero soli dell’onor custodi; e immortalmente coloraron l’onda, nell’ultima fortuna abbandonati da un’Italia divisa e furibonda! Voi ben cadeste in libertá, soldati d’una misera terra, ove i felici sono i defunti o quei che non son nati ! Misera terra, che feri gli amici, se stessa, i figli, e fece allegri gli occhi delle barbare torme usurpatrici ; e or, dannata a curvar fronte e ginocchi al superbo irrisor, trema, aspettando la saetta di Dio, che la trabocchi. Pietá, Signor! pietá del miserando strazio d’Italia! Il suo fallir fu molto, ma il fardel, che la grava, anco è nefando. Le peccata del tristo e dello stolto l’innocente non paghi e il generoso: ahi, Signor, di che lampi arde il tuo volto! La tua Roma qua sorge, han qua riposo de’ tuoi mártiri Tossa e de’ tuoi santi, il gran patto di Cristo è qua nascoso. Fra le zebe proterve e deliranti son pur misti i leoni. Oh, la tua figlia. Signor, non darla agli stranieri amanti! Noi ti preghiam per quel che ti consiglia amor de’ tuoi redenti, e per la croce, del tuo sangue, gran Dio, sempre vermiglia. E a voi, che Tonda dell’eterna foce varcaste, o morti per Italia, arrivi sotterra a voi la povera mia voce. Deh! pei dolenti, che rimangon vivi, pregate pace e dimandate al cielo la libertá dei miseri captivi. Arse d’acuto desiderio anelo, questo pregan con me madri e consorti, meste ed illustri del funereo velo. Oggi sull’ara delle vostre morti i pii sopravvissuti hanno argomento di bene amarvi, o care aline de’ forti. E certissimo qui fan sacramento di non turbarvi il ben del paradiso, ricusando alla colpa il pentimento Gregge noi fummo in codardie diviso miseramente. Ed è gentil vergogna quella che sorge a colorarci il viso. No, non date le labbra alla rampogna, o caduti per noi; ché il vostro grido, per conoscerci rei, non ci bisogna. Basta uno sguardo della Sesia al lido, perché s’empia d’angoscia e di rossore questo, che è pur fra tutti italo nido. Basta un pensiero allo immortai dolore d’un re, che cerca in pellegrina terra dittamo al dardo che si porta in core. Basta accusar, come alla sacra guerra sparvero i molti, e di vittoria degni furono i pochi, aimè! posti sotterra Alta miseria il cominciar de’ regni siffattamente! Eppur, tu meritavi della fortuna tua ben altri segni, re, vergogna dei re, gloria degli avi, che lá ponesti, alla fatai Novara, corona e sangue, per francar gli schiavi; ed or, dannato ad abbracciar l’amara tua sorte, forse invidiando guardi de’ tuoi compagni alla compianta bara. Ché sereno l’occaso è dei gagliardi, nubilo il giorno di chi resta, e pieno di pronte colpe e di rimorsi tardi. Ma tu non ti accorar. Crescono in seno dell’artefice tempo altre giornate; e il sangue effuso sul natio terreno per la sacra ragion di libertate germina brandi. O vedove deserte, per lo nome di Dio, non lacrimate! Vergini care, si per tempo esperte dello infortunio, in piú serene sfere date le penne alla speranza aperte! E voi di luce, o squallide bandiere, circondatevi ancor; né sella o morso, per Dio, si tolga all’italo destriere! L’angelo della vita affretta il corso per le plaghe del mondo, e, sin che resti di schiavi un nodo, non dará retrorso. Grida tremende i popoli calpésti mandano al cielo, e la giustizia eterna giá si circonda di funeree vesti. E nel furor la sua bilancia imperila, e pesa i dritti adulterati e i sacri, e abbraccia Abel dove Cain prosterna. Per campi d’ossa e funebri ambulacri e silenzi di morte si cammina veracemente ai limpidi lavacri della nova alleanza, opra divina che il Nazareno edificò, morendo sulla rupe fatai di Palestina. Indarno pace di sepolti intendo predicar da una "ente orba di fede, che d’errore in error si va sfacendo; pari al consunto, che ogni di col piede urta la fossa, c, contemplando il sole, canta la vita e alla speranza crede. O pugnare o morir. Questo si vuole dai destini del mondo. Or piú non splende primavera di rose e di viole, ma fieri accampamenti irti di tende, irti di spade. Ed il camion, che tuona, è la voce di Dio che ci difende. Vanamente si libra e si ragiona nell’auliche congreghe impaurite. L’uno cmisferio contro l’altro sprona Dal mondo boreal torme infinite la picca abbasseran sull’occidente, e il cozzo orrendo solverd la lite. E- noi siarn leve e piccoletta gente, che all’urlo obbedirem delle tlue posse. i2o come a turbo in furor (ronda consente. Né il fatai giorno imlugerá. Son rosse le prime lance. E un grande impeto arcano ormai le avventa all’ultime percosse. Ahi grama Italia, che ti smacri in vano r25 cambio di sfregi, e, del demente a guisa, nelle viscere tue vòlta hai la mano, bada al tuo lato! Povera e derisa giaci nel mondo. Fuggitiva è l’ora. Pensa qual fosti, e qual or sei ravvisa. Credi: la ciancia de’ tuoi vanti accora l’antico senno. E la discordia vile dentro le soglie della tua dimora audacemente armò l’empia e servile podestá dei liberti, e in fuga pose quanto ancor vi fioria d’alto e gentile! Rompe da sè le fila armoniose del suo novo destin popol, che perde la reverenza delle antique cose. Deh! porgi, Italia, dell’etá tua verde segno miglior, però che la bufera rispetta il cedro e il fatuo fior disperde. E voi, fratelli, che all’eterna sera si per tempo chinaste, inclite stelle accese e morte in nebulosa sfera, propiziate la madre, e queste ancelle razze dolenti, e della forza vostra passi l’ardor visibilmente in elle. E quanta di fanciulli oggi si prostra piccola stirpe ai vostri mani, un giorno sorga gigante a superar la giostra. Verranno allora in bianco abito adorno le giovinette sui redenti fiumi, verran cercando a quelle ripe intorno le sacre tombe. E la gramigna e i dumi di bellissimo april si vestiranno sotto la fiamma de’ virginei lumi. E le vostre gagliarde anime, il danno ben vendicato delle pugne antiche, nei commossi sepolcri esulteranno. E il falciator, dopo le pie fatiche, portando seco alla romita sede i raccolti manipoli di spiche cresciuti al sangue della vostra fede, li sentirá tremar sotto le braccia, e dei vostri sará spiriti erede. E la fiamma de’ forti e la minaccia gli passerá nell’ossa, e un furor novo saetterá dalla combusta faccia. E la sua casa poveretta un covo sará di lioncelli, e un fulvo artiglio e una giubba uscirá fuor da ogni rovo. Pace, o defunti, ed aspettate. Il giglio, dissipato dal nembo, or si ripianta, e, di fieri battesimi vermiglio, crescerá in quercia gloriosa e santa. Sará l’Italia il suo scoglio natio. Gran cose il tempo e la fortuna ammanta. Soffia sull’ossa l’alito di Dio!