Versos Italian Giovanni Prati Il conte Rosso

Italian poem

Il conte Rosso

by (1814–1884)

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Fischia orrendo il piombo inglese di Rosburga sulle mura; tuona il colle e la pianura; sta re Carlo alle difese. Di re Carlo nel cospetto si presenta un giovinetto, il piú bello e il più gagliardo che combatta in quegli eserciti. Fate largo al savoiardo!

— Re di Francia, io t’offro modo di troncar la ingrata guerra: questo laccio d’Inghilterra tu vedrai com’io lo snodo! — — Lieta voce al cor mi suona. Parla, onor di mia corona! — Io con lancia, mazza e spada, solo in campo, a morte provoco tutta l’anglica masnada.

S’io soggiaccio, a me lo scorno, e il Signor non t’abbandoni. Ma, s’io vinco, sui predoni pesi l’onta del ritorno. Cosí penso e cosí parlo nel cospetto di re Carlo. Fa’ che il guanto sia raccolto, e diman tu sarai libero, o Amedeo sará sepolto!

— Del mio regno intatta gloria, Dio ti salvi, illustre conte. Giá dagli occhi e dalla fronte ti lampeggia la vittoria. — Di re Carlo per comando proclamato è tosto il bando. Vien la notte, e riconfonde cielo e terra; e sol dei vigili s’ode il passo e il suon dell’onde.

Amedeo con mesta gioia pensò allor le sorridenti sue colline, i suoi torrenti, il suo ciel della Savoia; e fors’anco nel pensiero vigilante del guerriero qualche dolce antico amore ripassò, di pie memorie a inondar quel forte core.

Ma quel cor sotto la maglia ribattea piú concitato, ripensando al provocato perigliar della battaglia. E sognò schierati in mostra dame e prodi, e in quella giostra vide errar famose larve, e proferto in altri secoli il suo nome udir gli parve.

E giá l’ali rosate apre l’aurora e inonda l’aria di profumi e baci; e il fiammingo oriente s’incolora, e una zona di porpore vivaci fascia i cerulei campi, e una selva di lance a’ rai del sole vibrano lampi, e squillano le trombe; aspre parole di cruciati guerrieri, e scalpitio di fervidi cavalli, e cozzo di cimieri, e come onde d’océano, militi sopra militi empion le mura e i valli. O falco d’Inghilterra, inarca l’ugna! Quest’ora è della pugna; questo è campo di morte; i drappi ondeggino di Carlo e d’Amedeo. Viva Inghilterra! Viva Carlo e Francia! Con mazza e spada e lancia s’apre il torneo.

— Senti, Inghilterra: se qualche forte tu puoi vantar, qui meco in guerra colpi di morte venga a mutar.

Vecchio o garzone, prence o barone, ricco o plebeo, quando lo provoca conte Amedeo, suo pari egli è.

Ed io lo provoco, io, cavaliero, conte e guerriero del franco re! — Squilla il corno, ed ecco viene primamente un giovincello: trae la spada e in campo tiene fosco azzurro un bianco fior. Era il conte d’Arundello, che lasciò nel patrio tetto le ghirlande del banchetto per i serti del valor.

Ma una vergine amorosa ogni sera, a lui pensando, mestamente si riposa sotto un memore arboscel, e ogni sera, lagrimando, bacia un fior che ha tra le chiome, e susurra il dolce nome del suo conte d’Arundél.

Povera vergine! Tu di due spade le orrende folgori non vedi uscir!... Un d’essi pallido vacilla... e cade!... Povera vergine, tu puoi morir.

Squilla il corno, ed un secondo si presenta al savoiardo: lancia in resta e capel biondo, per boscaglie a lungo errò. Dalla furia del suo dardo non fuggía pennuto o belva: or le cacce della selva per le giostre abbandonò.

Ma talora i cervi snelli gli rivengono al pensiere, e, i piniferi castelli ritornando a visitar, stacca l’arco ed il carniere dalle vacue avite sale, e sui greppi il noto strale torna orrendo a sibilar.

Prepara un feretro, azzurra prole! D’Hington la gloria passata è giá. Lasciate i vertici, o cavriole: egli a trafiggervi piú non verrá.

Squilla il corno, e, armato d’azza, vien Pembrocco al terzo assaggio: a lui serve un’umil razza sparsa intorno al Devonsir. Quand’è in guerra o fa viaggio, menan festa i suoi vassalli; ma il silenzio è nelle valli, quando arriva il fosco sir.

All’oltraggio il persuade sempre un démone maligno, e ove son piú folte biade cavalcando a furia va, e col perfido sogghigno, perché l’onta ancor piú gravi, ei dimanda dagli schiavi la canzon di libertá.

Ma nelle torbide pupille ardenti la vita al despota langue e dispar. Sonate a giubilo, boschi e torrenti! L’inno dei liberi s’oda echeggiar.

Or dunque la gioia non fu d’Inghilterra tre solchi di sangue coloran la terra, tre corpi di prodi la Morte eredò. Al tacito e bello guerrier savoiardo sorride ogni dama, festeggia ogni bardo: le spoglie del lutto Rosburga lasciò.

Sue grazie reali re Carlo dispensa, a prenci e baroni bandita è la mensa, sonante è la reggia di plauso guerrier. Dagli atrii alle piazze si canta il torneo, si chiedono gli anni del forte Amedeo, gli arditi sembianti si voglion veder.

Or voi, savoiardi del tempo novello, il nome e la storia del vostro fratello recate sui labbri, pensate nel cor. Degli ozi blanditi non sente l’inganno, non sente la fede dei dí che verranno chi l’opre non cura del patrio valor.

E voi, che languite scorati e pensosi, poeti d’Italia, dai lunghi riposi sorgete una volta, sorgete a cantar. Tendete concordi l’orecchio devoto, ché un eco possente del tempo remoto susurra sull’alpe, passeggia sul mar!