Italian poem
I profughi dell'Olimpo
by Giovanni Prati (1814–1884)
Ingrediare, deôm soboles : patet hospita vobis ianua corque meum. E intanto, all’ora bruna, vanno a torme gli dèi, come i pitocchi, limosinando dall’umana sede un grabato e un asil, che li difenda dalla pioggia e dal verno. Arati i volti han di rughe profonde e nei pensosi occhi il martiro. Ancor testimonianza fan dell’Olimpo gli odorati crini e le rosee cervici ai vagabondi ; ma il gesto e l’atto delle sporte palme e, a quando a quando, un gemito ne accusa le sommerse fortune. Asserragliate rimangono però le avare porte del le case ai celesti ; e piú che ad essi scorron, credo, benigni i chiavistelli alla puttana e al ladro. Or non vi resta, Latona insigne, che tentar la squilla del lupanare; e a voi, giovine Febo, più non rimane che lanciarvi al bieco quadrivio ad aspettar, come i lenoni, la preda al varco; e a voi, splendido Marte, che vestirvi da birro, invigilando le prigioni o le forche. AI mondo in uggia son venuti gli eterni; e Cristo in croce, questo divino galileo. trafitto pende sul colle, e, le codarde mani mentre il torvo proconsolo si lava, l’infame e incastigato oro di Giuda suona nel sacco ai pallidi uccisori. E i pallidi uccisor vivon pur sempre nelle buie caverne a contar l’oro d’Iscariotte e patteggiarlo ai figli sulle bare de’ padri. E non diverso dal circonciso è un battezzato armento, che, sdegnoso di voi, vaghi immortali, assiderati agli euri e alle pruine di fuor vi lascia e il focolar vi nega. Che fai, vecchio Saturno, e tu, marito di Venere divina, e voi, Polluce e Castore, superbi occhi del cielo? Che fai, col raggio d’una stella in fronte, candida Urania? Udite, udite il suono delle mense contese e il ferreo rugghio de’ chiavistelli. La tribú nefanda delle febbri si leva e dal Soratte spirali le bufie a flagellarvi Tossa. Ebbe», poveri numi, onde sorrise la terra d’Asia e fu cantato ai sacri monti ed ai mari il testamento ncheo; ebben, poveri numi, il mio stambugio io vi schiudo a ricovro. Entrate, o mesti pellegrinanti Alle mie mense ancora qualche stilla d’ambrosia e qualche nappo di falerno si mesce; a’miei guanciali fuma ancor qualche rosa, e nel mio spirto suona qualcun de’ vostri ilari canti. Vivrem lontani dall’etá bugiarda, conversando co’ prodi in Maratona caduti o lá sul tessalo macigno per la gloria del mondo. E il di che gli occhi mi chiuda morte alla saturnia luce, voi, mercé dell’asil che vi profersi, compagnerete l’ospite che vola; e, coll’aura infinita e le infinite stelle confusi, troverem di novo l’antico Olimpo. Ché di qua cercarlo, poveri numi, è inutile speranza.