Versos Italian Giovanni Prati Il poeta e i suoi pensieri

Italian poem

Il poeta e i suoi pensieri

by (1814–1884)

Listen in the reader

Per la tua bassa tenebra non move un’aura blanda; è senza stelle, o povera notte, la tua ghirlanda; non una dolce tibia di solitario amante lungo le verdi piante lieve ascoltar si fa.

Ma pur da me s’espandono suoni di fresco amore; piú che le stelle e l’etere, grandi linguaggi ha il core: pensoso accetta il giubilo, lieto il dolor riceve, e, risonante e lieve, dov’è chiamato, ei va.

Come chi parte a compiere pellegrinando un voto, tiene, piangendo, agli ultimi tetti lo sguardo immoto; poi, nel trovar non cognite siepi e solingo piano, torna cogli occhi invano ai campi che lasciò:

tolto cosí da un fulgido sentier di sogni, anch’io, movendo in solitudine, chiedo i ritorni a Dio; ma un imperante spirito su’ passi miei cammina, e l’alma pellegrina piú ritornar non può.

Dunque provato ai triboli, rinverginato al pianto, come i ruscelli al murmure, Dio mi destina al canto? Vieni, o mia lira, abbracciami, giacché per fede antica forte e modesta amica Dio ti congiunse a me.

Detti superbi o pavidi tu sul mio labbro attuta; quel che non sente l’anima, di modular rifiuta; non abborrir del povero per vil pudor le stanze, per misere speranze non inchinarti al re.

Vieni. Onoriam di lagrime l’umanitá che è mesta. Sul nudo suol degli esuli santa rugiada è questa. Con la speranza accòstati ai tribolati ingegni, vinci gl’iniqui sdegni col doloroso amor.

Ma non però del candido riso fuggiam la luce, che a solitari palpiti le fantasie conduce; perché del riso i balsami sul cor ce gli diffuse la stessa man, che schiuse le fonti del dolor.

Ella, che pose ai turbini l’ale e distese i cieli, die’ pur la vita all’alighe e incolorò gli steli: tutto, dal serpe all’angelo, mi leva intorno un coro; tutto egualmente adoro, dal filo d’erba al sol.

Sotto l’ombría dei platani molli del novo incenso, assorto il cor nell’estasi d’un viso amato, io penso subitamente al profugo, se un uccellino io miro, che mova mesto in giro per rami ignoti il vol.

Con voi, fanciulle, i facili poggi odorosi ascendo lieto nell’alma, e reduce ripenso a voi piangendo; ma non cosí ch’io tolgavi in quelle dolci feste un vezzo da la veste o un gaio fior dal crin.

Ben saprò dir le provide speranze a la tradita, che i tenebrosi assalgono spaventi de la vita: io mi porrò degli umili sotto le verdi tende, dove piú forte splende la fede al pellegrin.

E tu, mia man, le nobili voci del cor tu scrivi; del cor che abbraccia i tumuli, che vagola coi rivi, che di sorrisi illumina le sue mestizie arcane, che le allegrezze umane circonda di sospir.

Piú che per altri il fervido tumulto del convito, a me fia caro un vergine pane cibar romito: poi, qual fuggente rondine, verso la patria vera, coll’anima che spera, recarmi all’avvenir.

E tu, mia lira, insegnami come svagato io corsi, e, col pensier, dell’opera si scontino i rimorsi. Spandi cosí tra gli uomini l’aura del tuo perdono, se non udito il suono da le tue corde uscí.

Come per l’alto un zefiro, si passerá dal mondo, ma lasceremo un cantico non vil né inverecondo: e i sorvolanti effluvi, forse nei rovi ascosa, riveleran la rosa, che nel dolor fiorí.