Versos Italian Giovanni Prati Il ponte di Lanzo (Pont del Roch)

Italian poem

Il ponte di Lanzo (Pont del Roch)

by (1814–1884)

Listen in the reader

Donne leggiadre, Satana è astuto al par di voi ; anzi talvolta, armandosi degli artifizi suoi, la niente e il cor vi leva, figlie superbe d’Èva, coi mascherati fascini del canto e dell’amor. Noiato un di Lucifero d’udir nei biechi regni suon di codarde lacrime e d’impotenti sdegni, per giocondarsi un poco, lasciò la nebbia e il foco, e usci pel mondo in abiti d’Isello il trovator.

Cosi, girando incognito pei chiostri della Spagna, tra le bendate vergini di Francia e d’Alemagna, turbò parecchie celle di monaci c di belle, lanciando in quelle tenebre l’idillio del piacer. Poi nella vaga Italia, poco devota al Credo, le corde risonarono d’isello il citaredo, e spesso in un lettuccio fu il vi lo ed il cappuccio; si enorme è nella musica di Satana il poter. Venne una notte il bindolo giullare ad un convento, e fece uscir tra i salici tal nota di lamento, che all’are di Maria ratto balzar Lucia di costernati palpiti l’inerme cor senti. Luciti, fuggita al secolo e il vel da un lustro cinto, cessato avea di piangere Isél credulo estinto; Isél di Lonzo, il bardo, che, tenero e gagliardo, cantò sirvente in nobili corti, e tornei ieri.

Ai conosciuti numeri mentr’ella balza e guata, della celletta in polvere casca la ferrea grata. Tentò fuggir, ma invano, dal musicante arcano... e spicca un salto, e pallida sul sen d’Isello è giá. — Monti — ei prorompe — e pelaghi per te varcai, Lucia; ma giorno e notte io, vedovo, piansi la vergin mia. E il bianco fior, tremando, sfogliai di quando in quando; e a’ suoi giocondi oroscopi oggi risposto egli ha.

Oh me felice! I principi dicean: — Ci canta d’armi. — E tu arridevi, o tenera inspiratrice, ai carmi. Sovente alla mia lode plause la dama e il prode, ed io quei plausi, in tacito premio, ti posi al piè. Ma via di qua mi spiacquero le piú leggiadre cose. D’astri ogni del fu povero, nudo ogni april di rose. Ed or nel tuo sorriso racquisto il paradiso; torno il piú vago arcangelo, ora che son con te.

Ma perché taci e dubiti presso il tuo dolce Isello?... Colomba mia, deh! baciami col bacio tuo piú bello. — Ah! se ti fui pur cara, lascia ch’io torni all’ara, fremendo è Iddio. Rispettami: sposa di Cristo io son. — Sogni e follie! — Ma il demone impallidi a quel nome. Sul capo reo com’aspidi gli si rizzar le chiome; e fuor dal* labbro arcigno scoppiò si forte un ghigno, che i monti vacillarono, di quelle risa al suon. — Bada, fanciulla improvvida! non mi voler nemico. — Che parli, Isél? Dissimile tu sei dal tempo antico. Cogli occhi il cor mi suggi; piú Isél non sei; deh! (uggí*. — Bella Lucia, rassegnati: meco fuggir dèi tu. — Ah! chi mi salva?... — È inutile, por nel tuo Dio la spente. A’ cenni miei soggiacciono i vivi e i morti insieme. — Smetti la celia, o crudo. Lasciami! il del in’è scudo. — L, in quella, di caligine l’aria coperta fu.

Ei le fe’ intorno un vincolo delle infocate braccia, si arrovesciò sunli òmeri l’esanimata faccia; e per obliqui calli traversò monti e valli, e i lampi illuminavano di quei due spettri il voi. Quindi Satán, lo spirito mastro d’eterni inganni, piangea su lei. Sfiora vane col lieve labbro i panni. E fe’sonar d’intorno tutta una notte e un giorno canti e sospir, da affliggerne la bianca luna e il sol. Ma tutto è invan. Quell’orrido allor si risovvenne del loco ov’ella i fremiti primi d’amor sostenne. Era un burron stellato di sette gigli e ombrato sol da una quercia; e al baratro s’udia giú l’onda urlar. Fu con tre passi ai ripidi rocchi di Lanzo il vago. Ella conobbe il rovere, i fiori e la vorago. E, collo sguardo fisso di lá dal tetro abisso, sciamò rapita:—Ah! recami quei gigli a ribaciar.

Lá t’adorai. Nell’anima piena dei di fuggiti oli, quante volte apparvero quei deserti siti! E il bardo lor mi fece spesso obliar la prece, e in vacua solitudine pianger sul mio destin. Ecco la quercia, e i candidi fiori d’intorno sparti, dove sin oltre al fèretro, caro, io giurai d’amarti. Oli! se avess’io le piume, ben volerci sul fiume, per lá posarmi c chiudere della mia vita il fin! — Col piè di foco il torbido nume picchiò la terra. La costernata, estatica, tutta ad Isél s’aiTerra; e in paurose forme un negro ponte enorme, come balen, la livida vorago accavalcò.

Ebra, Lucia, sul memore declivio, in quell istante, stringe... che mai? la gelida spoglia del morto amante. E Satana, giá terzo nel formidahil scherzo, a contemplar quel funebre bacio d’amor rista. Sin che ambedue cadaveri in nodo reo congiunti, sotto la quercia, al sibilo aereo ilei defunti, ei li serrò nel sasso feral di Montebasso; poi mormorò: — Benefica vi sia l’eternitá! — Tinte d’orror le monache per quella grata infranta, mentre tcnean capitolo sull’opra iniqua o santa, udir come una romba di vento avvolto in tromba passar sovra le cupole, notte spargendo c gel. Era l’ombrosa e splendida di Satana figura, i95 ch’indi girato ai vortici della sonante Stura, vi si tuffò, giocondo dello aver corso il mondo, i sacri chiostri a invadere e tòr le spose al del.

Oggi sul ponte a vespero passim di Lanzo i figli. Ma inutilmente cercano la quercia enorme e i gigli. La prima l’uragano gittò spezzata al piano, gli altri sul tetro tumulo mai piú non rifiorir. Sol qualche notte i villici vedono in capo al ponte un feminil fantasima baciarne un altro in fronte; e Satana dall’alto scendere, a salto a salto, e nel man tei di porpora raccórli e via fuggir. Sin dai remoti secoli sulla petrosa scheggia la pesta formidabile del bieco iddio vaneggia. E, se talor sul guado la figlia del contado di qualche Isél la cetera si ferma ad ascoltar, tosto dei due rimemora il negro abbracciamento, e sui grand’archi valica come il folletto e il vento. E d’una fronda al moto, a un suon di fischio ignoto, gela, che i morti e l’ospite paventa d’incontrar.