Italian poem
In morte di mio fratello Giuseppe
by Giovanni Prati (1814–1884)
Ed ecco un altro feretro! Oh, mia casa cosí fiorente e romorosa un giorno, tu sarai presto desolata e rasa. E, come a mucchio di macerie, intorno ti strideranno della notte i venti, e la cicogna vi porrá soggiorno. Ché giá poco laddentro è di viventi, e quasi tutti dalla vecchia porta siamo usciti ormai, profughi o spenti. Oh! Beppe mio, sulla tua spoglia morta lacrima indarno il tuo fratel lontano. Aimè! vita sí cara e aimè! sí corta. Non eri tu, che fanciullin per mano io traea nelle feste, io, grandicello e di quel dolce comandar giá vano? Non eri tu nel rampicar piú snello, piú ardito al salto, piú vivace al chiasso? Beniamin della casa, eri tu quello. Ché non moristi in que’ begli anni, ahi lasso! quando un’ora si piange e poi si scorda, anzi si gioca sul funereo sasso? Ma per me l’arco del dolor sua corda mai non allenta, e non so dir se resti giá in me parte inoffesa ove oltre ei morda. Eri tu, fratei mio, tu che mi festi lieto alle cacce, in quell’etá che il core giá comincia a parlar coi pensier mesti: eri tu, che assistevi ultimo all’ore d’ogni mio dipartir da quelle nostre case infelici, ove si piange e muore. E, quand’io ritornava in quelle chiostre care e dolenti, ove letizie e pene tante al mio core e agli occhi mie’ fûr móstre, eri tu primo ad affrettarmi il bene dei noti baci, e ci correan sul volto lacrime ardenti e di dolcezza piene. Giovin eri e leggiadro, ilare e colto; e che ti valse? Or sei sotterra. E vanno tutti. E ogni cor, che amai, giace or sepolto. Lunge è la figlia mia, l’ultimo inganno al duol dei cari che Morte mi spense: per me nacquero insiem l’alba e l’affanno. Fratel!... penso a quel dí, che dalle accense del sol saette ci coprian sul Garda l’ombre de’ cedri profumate e dense. E tu, coll’occhio che piú dentro guarda, sclamavi: — Io non so dir quel che m’offenda l’anima sí; ma il tuo partir mi tarda. Fratel, tristo è il commiato in questa orrenda stagion di guerre, ove a piú d’un si toglie di corcarsi ne’ vespri alla sua tenda. Addio, fratello: un bacio ancor. Le spoglie, che in don m’hai date, io vestirò, se il fiero groppo d’affanno, che ho sul cor, si scioglie. Le vestirò, tacitamente altèro del donator. Ma alle natie pendici, deh! riedi. Al mondo ora miglior non spero. Come giá un tempo, salirem gli aprici nostri colli alle cacce, e fanciulletti ci parrá di tornar vispi e felici. Che ti dá il mondo, fratel mio? diletti pochi e noia immortale. In mezzo a noi tristi hai ricordi, ma securi affetti. Pensa che dormon qui l'ossa de’ tuoi, che qui regni aspettato e che ogni tetro affanno tuo qui consolar sol puoi. Addio, fratel. Che a me tu pensi impètro; a me, che sai come t’onoro e t’amo. Vanne veloce, e non voltarti indietro. — Cosí dicevi; e all’ultimo richiamo due volte l’orme s’arrestâr, due volte chiusi all’amplesso del dolor ci siamo. Indi la fuga d’ambidue le folte ombre han coperto. Ahi, fratel mio! Disgiunto perché ti sei dalle mie braccia? o stolte perché le braccia mie ti hanno in quel punto abbandonato? Ove sei tu? Non tôrmi di speme; ah! parla; tu non sei defunto. Parla: che indugi? È dunque ver. Tu dormi il tuo sonno final. Ché non m’è dato nel gel dell’urna a te d’accanto pormi! Esecrata la iniqua alba, esecrato lo iniquo sol che t’avvampò nell'ossa, e il giorno e l’ora, che il desio t’è nato di lanciarti alla preda, onde la possa del cor si ruppe e rimanesti ucciso, ed or ti pesta il cavriol la fossa! E ancor sembrami un sogno. Ove il tuo viso bruno e selvaggio? ove la forte chioma? e l’occhio ingenuo? e, come l’occhio, il riso? e quel ferreo vigor che nessun doma? e quella voce?... Ahi! gemo indarno. Eppure di me chi meglio al mio dolor ti noma? Morte, empia Morte, che le patrie mure spezzasti e a terra la gran quercia hai messo, tu i rami or tronchi coll’orrenda scure. E, aimè! li tronchi l’un dell’altro appresso, e moltiplichi il duol. Perché, men cruda, non reciderli tutti a un colpo istesso? Ahi! cameretta di quel caro ignuda, tu piú non suoni alle canzon sue liete. Dormi in silenzio; e una pia man ti chiuda. Ahi! canne inerti alla fatal parete, cenere è l’occhio che vi pose in mira. E voi, selve natie, piú nol vedrete. Ahi! Melampo, ove corri? ove t’aggira la pietosa demenza? In loco ei siede, donde né il tuo né il mio pianger lo tira. Addio! t’intendo. Alla funerea sede tu il cerchi. E lá t’accosci. E su quell’erba sigillerai, morendo, la tua fede. Oh, nostra carne misera, a cui serba dolor sí forti un umil bruto, ed ella de’ suoi lievi dolor tanto è superba! Addio, Melampo; addio, fratel. Tu in quella patria, ove tutto è una menzogna il mondo, tu avrai giá visto, invidiata e bella visione, i miei padri, e sul giocondo grembo d’Elisa gli angeletti miei, la casa tua che qua ruina al fondo. Tutti per me li bacia, e di’ che sei da me partito senza ch’io ’l sapessi, ché accompagnato al ciel forse t’avrei. Di’ lor che è meglio favellar con essi che colle genti in questo vario nido, ove tanto, ogni dí, sceman gli amplessi. E che dal fondo mio carcere io grido verso la tomba; e che i sofferti lutti mi fien lievi quel dí, che al mondo infido chiuderò gli occhi, per vedervi tutti!