Versos Italian Giovanni Prati Inide e il satiro

Italian poem

Inide e il satiro

by (1814–1884)

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E fuor balzò dal rugiadoso arbusto sui margini, l’obliqua aura d’un nume con sé recando, in nuditá di fiera, il caprigena insigne. Ei quel viluppo reggea di strane inopinate forme su due tibie di bécco; irta dal mento, quasi fastel d’acuminati spini, gli uscia la barba; gli lustravan gli occhi, com’usa agli ebri; e mal dissimulate fiorian le corna dalla scabra chioma. Pria, cupido, cercò negli odorosi ginepri e fra le dense alghe del rivo qualche driade o napea, forse in quel punto dalle labbra villose e dai lacerti ita in fuga del nume. E, dopo indarno ritentata la frasca e corsi in giro i verdi calli, a’ piè d’un giovinetto salcio ei corcossi e in un profondo sonno giacque sommerso. Allor due belle e bianche ninfe da una vicina elee a quel loco venner danzando: ed una esser l’ancella parea deH’altra, che sospese a tergo le frecce d’oro, il portamento e il viso palesavan reina. — Ecco il soave. Diana madre, rapitor futuro del mio cintiglio! E sará ver ch’io deggia mescolarmi a costui? — Giove lo ha detto, e né il ciel né l’averno, Ini de cara, espugnò mai la volontá di Giove. Quando in candido cigno a te converso fu il re de’ numi, e ti velò coll’ali, perché indignarlo? e ai talami divini esser ribelle? Da quel giorno al fiero satiro il padre dell’Olimpo in donna t’ha destinata: e da costui tu fuggi vanamente, o fanciulla. Io, che conobbi le tue caste vigilie e la tua fede all’arcano mio rito, io però farti posso un incanto e la tua forte pena disacerbar. — Non indugiarmi, prego, madre, l’aita. — È in questo bosco un’erba, che qual la chiude in bocca e va sognando nòve parvenze, in veritá le mira come le sogna. E tu non il deforme satiro, ma il desio della tua mente abbraccerai. — Dov’è quell’erba, o madre? dov’è quell’erba? — In questa siepe. Allunga la nivea mano a quei due muschi: or vedi il fil vermiglio che su lor si piega? Tu l’hai giá còlto. Addio. — Cosí disparve Diana madre, e il satiro le ciglia slegò dal sonno. Il glorioso intanto Apolline di Frigia era nel vivo pensier della fanciulla affigurato; della fanciulla, che tenea giá chiuso il filo d’erba nella rosea bocca E, veduto il caprigena levarsi colle forme di Febo ed assalirla, sparso d’un lume che parea celeste, gli cascò nelle braccia. Ahi, breve inganno! ma breve, ahi quanto e lacrimabil sempre! ché, mentr’ella sentia nel grande amplesso perir di sua virginitá la rosa, ed insana l’obblio dell’universo in un bacio d’amore iva suggendo, le fuggi dalle labbra, incustodita, la magica erba. Un gemito ella mise, gemito orrendo, a contemplarsi avvinta col mostruoso iddio. Nelle pupille senti nuotar la moribonda luce. e piú non vide né il lascivo amante, né il bel riso de’ cieli. Ivi, sui muschi, dormi la dolce estinta insin che il raggio di Febo, il raggio che si mal le piacque, vesti, morendo, di purpureo lume la nivea spoglia; e, quando umide a valle calaron l’ombre e la falcata luna posò sui monti, alla funerea gleba venne Diana colle ninfe, e al clivo portár la giovinetta e di giunchiglie le formaron la fossa. Il detestato satiro, intanto, s’ascondea nel cavo sen d’una quercia, a contemplar le bianche sacerdotesse in quell’amabil rito. Quanto al saturnio Giove, ei nel sereno regno d’Olimpo si facea la tazza colmar d’ambrosia; e al bevitor celeste nome ignoto sonò d’Inide il nome.