Italian poem
L'amica invisibile
by Giovanni Prati (1814–1884)
La mia fantastica forma aspettata fra tante larve ier m’ebbi al fianco. Ieri m’apparve qual l’ho sognata, chiusa in un abito leggiero e bianco. E con tal riso, che il paradiso un piú giocondo forse ne avrá; non la perversa plaga del mondo, che in Eva ha persa la sua beltá.
Sopra le candide spalle tornite scendean lucenti li suoi capelli, come i pioventi cirri di vite, che folti ondeggiano su’ miei ruscelli. Bianco e vermiglio di rosa e giglio splendeale il vago corpo, del par che nei turchini flutti del lago perle e rubini soglion brillar.
Tepido un alito di violetta movea dal varco dei labbri puri. Come dall’arco fugge saetta, uscía la folgore dagli occhi oscuri. L’orma superba tra i fiori e l’erba di flauto arcano prendea virtú. Sí fresca e lieve porgea la mano, che luce e neve nol son di piú.
Tutto il misterio su quella salma splendea diffuso del mondo estinto. Quant’è di chiuso tra il cielo e l’alma tutto in quell’angelo ridea dipinto. Ma, dal cinabro molle del labro quando l’accento sentii fluir, sí acuto e forte fu il rapimento, che nella morte credei vanir.
— Scoti la nebbia e svégliati dal gaudio, amico mio. Serbasti in cor sí fido e sí gentil desio qua nel terrestre nido di salutarmi un dí, che un’ora anch’io dal santo mio cerchio mi divido, per riveder chi tanto d’anni e d’amor languí.
Non mi guardar sí attonito! « Per rivederti » ho detto, ché giá ti vidi in culla festante pargoletto con l’anima fanciulla piena di luce ancor, che ride e nulla intende, che scherza e non sa nulla di questa, in cui discende, caverna del dolor.
Chiuso ti vidi in cóltrici tutte di fior vivaci, e sulla bianca fronte ti posi i primi baci; e l’aura del tuo monte temprai co’ miei sospir; e il tuo guancial di rosa, sin del tuo latte il fonte, con voluttá pensosa mi volsi a benedir.
Quindi, un’amara lacrima lasciandoti sul viso, come a mio nido antico tornai nel paradiso; ma il mio crescente amico lá stetti a riguardar, quando nel sen gli scese il primo amor pudico, quando soletto apprese a piangere e cantar.
Come corresti al pelago raggiante della vita! Quanta mirabil tela di vaghe fole ordita, per tesserti la vela, fantastico nocchier, e sfidar l'onde e i venti nell’ardua corsa anela, cercando le ridenti isole del Piacer!
Io, contristata immagine, sebben d’aeree tempre, in quel tuo vol d’inganni ti seguitai pur sempre. Ma, quando, a mezzo gli anni, la vela naufragò, e sulla nuda spiaggia tu rasciugasti i panni, con voluttá selvaggia il cor mi lagrimò.
— Or piú non fia che al vortice torni l’incauto — io dissi. — Cercherá salvo un porto fuor de’ ruggenti abissi. Quasi dal mare assorto, nol tenterá mai piú. L’antico remo è infranto, l’antico sogno è morto: or gli rimanga il canto e qualche pia virtú. —
Ma, poiché sempre all’anima foco d’amor t’ardea, io, cheta abitatrice della tua casta idea, qualche splendor felice fei balenar di me nel sen delle pianure, per valli od in pendice, su molli creature c’hanno di creta il piè.
E tu, come riverberi dolci di me, le amasti. Ma, quando i tuoi pensieri non vaporâr piú casti, i raggi miei sinceri tolsi dal fronte lor, ed in oblii gelati, o in tedi acerbi e neri languir quei maculati spettri del mio splendor.
Felice, se con rigida pietá gentil, qualcuna ti ritardò nell’alma la noia usata e bruna, e sull’austera salma raggiò il mio casto vel! Tu certo in lei t’affisi con piú dolcezza e calma che nei ridenti visi cui piú non ride il ciel.
Pur non è questo un dittamo che ti rattempri il duolo: sete di ben t’asciuga, e sei gelato e solo; la noia il cor ti fruga con la sua scarna man; scemano i pii legami, cresce l’iniqua ruga, e tu, piangendo, chiami la giovinezza invan.
Leva la fronte e guardami, me, tua suprema stella. Dimmi: è bellezza umana che al par di me sia bella? Forma caduca e vana io come voi non son. Non mi fa ’l tempo scherno, vivo alle colpe strana, e per le sfere eterno va di quest’orma il suon.
Le fresche aurette e i balsami, che da me tutta io mando, come su caro estinto, io sopra il cor ti spando, perch’ei ti sia ricinto di lume e gioventú; ché tu, qual poi, tal prima, sempre d’amor m’hai vinto, e notte e giorno in cima de’ miei pensier sei tu,
e teco io son nel sibilo de’ pini alle montagne, nel suon della cascata, nel rosignol che piagne, in grembo alla rosata nube, al morente sol. La musa ed io siam pari; una dall’altra amata; abbiam gli stessi altari, la stessa luce e il vol.
Quando tu pensi a vespero l’inno, sommessa io vegno su l’orme tue, di raggi vestendoti l’ingegno; l’aura de’ miei linguaggi spargo sul tuo sentier; e, se tu scontri un raro fior nei terrestri maggi, è un fior ch’io lascio, o caro, dal velo mio cader.
Son io, che alla tua cetera lá dal mio ciel recai nervi d’amor segreti, né tu il sapesti mai; e mi condussi i lieti tuoi canti ad ascoltar, delle tue rupi in dorso, al fischio degli abeti, de’ cavrioli al corso, dell’aquile al rombar.
Son io, che in mezzo ai tumuli di Grecia e Italia siedo. E sovra lor pensoso pio pellegrin ti vedo, baciando il glorioso lor sangue, impallidir. E anch’io di pietra in pietra volo, fantasma ascoso, quel sangue e la tua cetra di lauri a ricoprir.
Ma tu sei tristo. Il féretro de’ tuoi, le perse fole, fuggita la gioconda etá che spera e vuole, tutto ti piaga e inonda d’amara morte il sen. Lieto augellin trillasti un dí su verde fronda; di gemiti nefasti oggi il tuo canto è pien.
E m’hai cercata, o povero amico mio, ne’ sogni, al cielo, alla natura, in ogni tempo, in ogni d’artefice figura; né mi trovasti ancor. Guarda nel mio sembiante; vedimi illustre e pura; son la romita amante, che t’è sepolta in cor.
Volea quaggiú mostrarmiti sola una volta almeno, perch’io perpetuo avessi l’imperio del tuo seno, e tu nei sacri amplessi satollo il tuo desir. Addio. Sigilli novi t’ho nella mente impressi: quaggiú piú non mi trovi; sii lieto di morir.
Quando aprirai pe’ ceruli flutti del ciel le vele, se giungi nel pianeta di Dante e Raffaele, nova, ridente e lieta mi troverai colá; e un’altra Beatrice tu pure avrai, poeta, e albergherai felice la bella eternitá! —
Cosí baciandomi dentro de’ lumi, nel ciel di croco vaní serena. L’aura del loco stillò profumi, e poi di musiche fu tutta piena. Nell’occidente molle e ridente s’aprí una soglia d’agata e d’òr, e lá, raccolta la bianca spoglia, vive or sepolta qui nel mio cor.
Sopra le candide spalle tornite scendon lucenti li suoi capelli, come i pioventi cirri di vite, che folti ondeggiano su’ miei ruscelli. Bianco e vermiglio di rosa e giglio splende il suo vago corpo, del par che nei turchini flutti del lago perle e rubini soglion brillar.
Tepido un alito di violetta move dal varco de’ labbri puri. Come dall’arco fugge saetta, l’occhio le sfolgora dai cigli oscuri. L’orma superba tra i fiori e l’erba di flauto arcano prende virtú; sí fresca e lieve porge la mano, che luce e neve nol son di piú.
Via! scatenatevi venti e procelle dalle profonde prigioni antiche; turbate l’onde, l’aria e le stelle, squarciate roveri, frangete spiche; mi sia percossa la carne e l’ossa; fate in ruina l'orbe cader... Ma lieta splenda questa reina sotto la tenda del mio pensier.