Versos Italian Giovanni Prati La malinconia. Dipinto di F. Hayez

Italian poem

La malinconia. Dipinto di F. Hayez

by (1814–1884)

Listen in the reader

Spesso tremar mi sento ne’ pensier mesti o gai l’aspetto malinconico d’una gentil che amai. E un vago rapimento m’occupa i sensi; e il cor risponde inconsapevole alle armonie di quell’estinto amor.

Vedo i grand’occhi e belli, d’occulta pena ombrati, lungo vagar per l’aere tra mesti e innamorati; e i lucidi capelli in brune anella errar pel niveo collo; e languide le mani belle in abbandono andar.

Ed è pur quella ancora la sua cerulea veste. Sento esalar dall'ultime rose un vapor celeste. Lá un giglio si scolora, qui cade un altro al suol, e dolcemente imporpora le afflitte forme il moriente sol.

O mio perduto amore, qui meco ancor tu sei! Guardami. È spento il vivido lampo degli occhi miei. Nel disilluso core non si coloran piú, mesto amor mio, quegl’idoli che forse ancora vagheggiar puoi tu.

Ma dimmi: a che ripensi in quella tua tristezza? Forse t’accora il rapido passar della bellezza? hai posseduti i sensi da un dolce sovvenir? o un turbamento incognito fa esalar cosí tristi i tuoi sospir?

Ah! nel restarti accanto l’antico amor s’accende, e una vaghezza insolita degli occhi tuoi mi prende. Vorrei baciarne il pianto, ma non è pianto in lor; e son pur molli. Ah! giurami che son molli di pianto e non d’amor.

Che se un altr’uom tu amasti, se quel crudel t’obblia, vieni e m’abbraccia, o misera, vieni e ritorna mia! Purché il mio cor ti basti, noto il tuo cor m’è giá; un vel sui dí che furono, e nostro ancora l’avvenir sará.

Piú interrogar non voglio, o afflitta, il tuo mistero. Forse tu, pur cercandolo, non troveresti il vero. Tedio, amarezza, orgoglio quel tuo dolor non è. Di piú non chiedo. I floridi giorni d’amor rannoderai con me.

Vieni in qualch’erma spiaggia per molto mar remota, vieni e rimanga agli uomini la nostra tenda ignota. Dove nessun viaggia scorra la nostra etá: cara, per due che s’amano anche il deserto le sue gioie avrá.

E se un fatal costume la tua mestizia è resa, tu lo sai ben che triboli han la mia vita offesa! Non è la gioia il nume ch’io cerchi d’adorar. Dato mi sia di piangere, bella infelice, al tuo solingo altar.

Ma quel tuo labbro è chiuso, e il cor d’udirti anela. Ahi! saria ver?... Quest’angiolo è una dipinta tela? In dolce error confuso il mio pensier sognò; cupa una febbre invadermi l’anima or sento, e piú guardar non so.

Addio! La gloria e gli anni ti renderanno antica, o simigliante imagine della mia dolce amica. Ma, sciolto dagli inganni, questo mio vago amor non manderá piú effluvi come le foglie de’ tuoi morti fior.