Italian poem
La mia cronaca di poeta
by Giovanni Prati (1814–1884)
Uno stess’orto germina l’arancio e la cipolla, stampa uno stesso artefice il vaso illustre e l’olla; e incido anch’io, poeta, nel marmo o nella creta Febo con Marsia, e Cesare da lato a Calandrin.
Ma è sogno da nottambuli piacere al mondo. Or odi, savio lettor, la cronaca del tuo poeta. E godi, godi, ché Dio ti fece per la viuzza, invece che sotto a’ nembi avvolgerti su pel dirceo cammin.
La libreria dell’avolo lá nella mia Dasindo mi cominciò gli oracoli a bisbigliar di Pindo; ma l’irto pedagogo gittommi il Dante al rogo, tonando dal suo tripode: — Pane il cantar non dá. —
— Pur gli uccelletti cantano e trovan pane anch’essi — io mi diceva; e incorrere l’ire tremende elessi, e, con sul petto il peso di quel mio Dante acceso, dissi alle rose e ai zeffiri la negra iniquitá.
Ma il buon curato, il sindaco, lo spezial persino piangean co’ miei le indocili follie del birichino, ed eran pie soltanto del birichino al canto le cingallegre, i taciti venti e il fiorito april.
Scesi alla dotta Padova col fardellin dei carmi, lode cercando; e rigido nessun volea lodarmi. Chi colla lente al naso mi ruppe il segnacaso, chi mi gualcí l’epiteto, chi mi castrò lo stil.
Dafni una volta e Fillide cantai, del Zappi a modo, e il molle ovil dei Titiri si liquefece in brodo. Ma dai novelli troni i torbidi Platoni sentenziâr che pecora nacqui e dovrei morir.
Allor destai de’ pallidi fantasmi la famiglia, e l’antro de’ romantici muggí di maraviglia. Ma i Pindari e gli Orfei de’ logori Atenei colle titanie folgori m’han fatto impallidir.
Poi sulla terra apparvero scòle, congressi, asili, metodi ed altre olimpiche buffonerie simíli. E allor perdei la scrima del verso e della rima, e in quel concilio d’aquile nessun mi numerò.
Belava un’effemeride: «Volgi ad amor gl’inchiostri!». Ruggiva un periodico: «Vendica i dritti nostri!» Sclamava una rivista: «Canta materia mista!». E il suo bastardo simbolo ognun mi balbettò.
Io, spinto fra le cattedre di Caifa e di Pilato, che far potea? Sugli ómeri mi son ravviluppato la veste d’Ecce homo; e, pubblicando un tomo, spiegai, bruchetto incognito, l’ali iridate al sol.
Greche e romane forbici fûr su quell’ale in guerra. Quanto superbo scandalo fra i Danti di mia terra! Dalle laringi dotte schiattar pustéme e gotte; diede itterizie e coliche di quel bruchetto il vol.
Senza sentir piú redine, senza voler piú freno, corsi a Milan col rotolo di Edmenegarda in seno, e a ricercar mi mossi Manzoni, il Torti, il Grossi, e, assunto al tabernacolo, fissai la trinitá.
Ed ella, austera e candida come le sante cose, al novo catecumeno covò le prime rose. E, quando acuta e fina me ne ferí la spina, ebbi alle piaghe i díttami talor della beltá.
Povero pazzo! i memori fogli sigilla e taci. Fátti allo specchio, e merita sol della musa i baci. Cosí non dissi allora che mi ridea l’aurora; or che s’infosca il vespero, comincio ad insavir.
Ma intanto accuse e strepiti mi si moveano intorno. Oh! fosse morto, al nascere, della mia fama il giorno? Petrarchi e Tassi frusti, caproni e bellimbusti fêr sinagoga il despota monello a maledir.
Uno inventò le favole, un altro le diffuse; chi sporse il monosillabo, chi pronto lo conchiuse, e dietro al «dálli! dálli!» gl’insulsi pappagalli sul trivio ancor cinguettano le ree stupiditá.
Sino frugâr nel tumulo dove tu dormi, Elisa, e ti compianser vittima da’ miei tormenti uccisa. Sorgi dall’erma bara, ombra sdegnata e cara; e del compianto ipocrita possa arrossir chi ’l fa.
Tal m’apparí lo splendido mio mondo. E il pan che fransi, pan tossicato al lievito, gittai per terra e piansi; e imprecai quasi al nume che mi vestía di piume, onde agitarle in étere livido e reo cosí.
Poi mi riscossi. E, l’anima fatta matura e il piede, ebbi dal duol piú libere note, piú forte fede, e camminai. Le spalle portâr la croce al calle, e il cireneo del Golgota per me non apparí.
Meglio. Chi pensa e spasima e non consente al duolo, per nude pietre e triboli dee camminar da solo. E camminai. Sul viso de’ manigoldi ho riso, e di piú bei fantasimi il cor mi scintillò.
Addio, febei mirmídoni, macre spennate piche; addio, volanti retori per forza di vesciche; látrami contro, o grulla prosopopea del nulla; fuor di tua riga i cantici Erato mia pensò.
Ruppe le sacre tenebre d’Antèla e Mantinea; conobbe il sasso e i salici di Leutra e di Platea; del Simoenta al margo, lá sulla polve d’Argo, sentii di Smirna l’angelo e per l’Egeo tuonar.
Tu, musa mia, la cenere del ghibellin baciasti; tu solitaria visiti la cameretta d’Asti; vaga di freschi allori, le antiche glorie onori, pensi all’Italia, e vigili de’ padri miei l’altar.
Lasci una vil politica, ròsa da tigne e tarpe, a chi la vende e compera, come l’ebreo le ciarpe; e, in bassi ed alti scanni fisando i tuoi tiranni, ogni giustizia vendichi, fai sacro ogni dolor.
Chiuso nei polsi un rivolo del sangue d’Alighiero, armi di meste collere il tuo civil pensiero; e, quando il dio ti spira fra i nervi della lira, tu squarci alla fatidica Delfo i silenzi ancor.
Deh! non cader. Se un ebete vulgo t’offende, oblia. Lanciò la fatua Solima le pietre in Geremia, e la dardania prole rise le illustri fole, che pur carpia la vergine Cassandra all’avvenir.
E fu Sionne un cumulo di sassi e di vergogna; e sugli iliaci ruderi sta il corvo e la cicogna. O musa, i fior, che a nembo lasci cader dal grembo, possan sull’atrio ai posteri, non su macerie olir!
E voi smettete il mugolo, spadoni imbrattacarte, ch’ella con veglie e lacrime fe’ sua la fede e l’arte, e giá da voi ghirlanda non sogna e non dimanda, perché di malve e d’alighe non vuol fregiarsi il crin.
Canta, e, cantando, arridimi, tu de’ miei dí sorella, astro nel ciel, sul pelago volante navicella, al petto inerme e nudo gentil lorica e scudo, nome al mio nome, e lampana sul mio sepolcro alfin.