Italian poem
La parola
by Giovanni Prati (1814–1884)
Nell’ombra, ai malinconici occhi velata ancora, arde una sacra fiaccola che la mia mente adora; ben qualche raggio io sento riverberar da lunge, ma troppo tenue e lento mi penetra nel cor, e d’una brama il punge, che è simile al dolor.
Che val che in me discendano da non mortale altezza caste e possenti immagini d’amore e di bellezza, se tra quel mondo arcano rapido il verbo gira, perseguitato invano dal cupido pensier, che rivelar sospira ne la parola il ver?
In me dai sensi all’anima passa un divin linguaggio, che unisce il fior col turbine, che mesce l’ombra al raggio, che d’un’occidua stella mi ferma agli splendori, che un’umile acquicella lungo mirar mi fa, ésca a quei forti amori che a tutti il ciel non dá.
Ma la parola!... O povera, che speri o tenti mai?... L’arcano dello spirito tutto non s’apre, il sai. Un vago regno ascoso con noi germoglia insieme, lo abbraccia il cor pietoso, che col pensier lo amò; ma inutilmente geme, perché svelar non può.
Dunque passate, o candidi visi, o leggiadre vesti, labbra arridenti e pallide, occhi sereni e mesti: date, o gioconde lire, bando all’inutil verso; inchínati a morire, o benedetto sol; non suoni all’universo che un’armonia di duol.
A me talor l’oceano povera stilla appare, talor nell’umil gocciola sento diffuso il mare, e l’atomo, che in calma lieve per l’aere vola, cose infinite all’alma comunicando vien; ma la fatal parola mi muor consunta in sen.
Cieca e superba polvere, dunque m’ha Dio percosso, un mondo rivelandomi, ch’io rivelar non posso? E questo senso, e questa aura del cor romita, libera, ardente e mesta un’arpa non avrá, che spanda un fior di vita per la ventura etá?
Mio Dio, quest’arpa oh! datemi, squilla ai dormenti petti: non di lusinghe, armatela di coraggiosi affetti; e, accomunati in loro i mal divisi amanti, suoni una corda d’oro, che ai figli del Signor renda animosi i canti e valido il dolor.
Oh mobili onde! oh libere aure! oh campagne aperte! anche nel verno vedove d’astri e di fior deserte, voi la parola avrete, che cerca il mio pensiero, e a temperar la sete, che il cor mi consumò, sovra l’altar del vero tutto svelar saprò.
Tutto, dai gioghi inospiti ai sorridenti calli, dal campo dei cadaveri allo splendor dei balli, tutto che impera il senso e che lo spirto insegna, i mondi che l’immenso alimentando va, l’uom che obbedisce e regna, Dio che sorride e sta.
Dio sentirò nel barbaro, che d’uman sangue ha voglia, ma, festeggiando all’ospite, gli dorme su la soglia; nel pellegrin, che assonna sotto le palme assiso; ne la selvaggia donna, che insegna al suo figliuol di tener vòlto il viso lá dove nasce il sol.
Oh! nell’intatta tenebra saprò trovarti allora, misteriosa fiaccola, che la mia mente adora: in quell’eccelso loco l’arpa con Dio s’accorda: ben l’immortal tuo foco mi fará polve il cor, ma la morente corda sará sonante ancor!