Italian poem
La mia prima vita
by Giovanni Prati (1814–1884)
Non io su questi floridi colli la bocca ai primi baci ho sciolta tra le lombarde vergini non nacque il sogno del mio primo amor; non è qui che sentii la prima volta l’aura del canto susurrarmi in cor.
I casti padri e il tacito nido e l’altare ebbi in deserte spiagge; fu dei torrenti al sonito che balzò la mia mente all’avvenir; e uscí col grido di canzon selvagge l’innamorato mio primo sospir!
Vivida allor nell’intime vene col sangue l’armonia mi corse; una convulsa lacrima il bruno delle mie guance solcò; e un mondo nella nova anima sorse di strani amori, ch’io narrar non so.
Lunga una febbre il giovane mio cor suggeva; e dal tumulto ho tòrti gli occhi, schifando; e piacquemi la nuda terra e i giorni senza sol; e fu mia gioia, sotto ai rami morti, pestar le foglie inaridite al suol;
e su nevose imprimere pianure il passo; e d’una rupe in alto giú dirizzar la folgore del mio moschetto al sottoposto pian, e perigliar dietro la fiera il salto, perché piagata io non l’avessi invan!
E cosí solo e immobile stetti talvolta, sul morir del giorno, da bruna punta inospita qualche errante fiammella a contemplar giú nella sparsa valle, a cui d’intorno poi s’avvolgea di gravi nebbie un mar.
Dimmi, o pastor: tra i lucidi massi e le ghiaie, ove diroccia il fiume, mai non udisti un súbito fischio e di passi un concitato suon? Quei cupi accordi, delle stelle al lume, eran gli accordi della mia canzon!
Cantai, come nell’anima venivan gli estri, e, distillanti i crini per le rugiade, all’erema falda io sedea d’un tacito castel; e m’ispirava il crepitar dei pini, e l’ombra e il vento e della notte il vel;
e mi fingea quegli árbori stuol di guerrieri, or furibondi or lieti, dalle gualdane all’orrida polve dei campi, sibilando, andar; e a’ rai di luna i tremoli canneti in irte lance si parean mutar.
Anch’io fremea con torbida gioia, balzando sui dirotti sassi: e difranar per ripide chine mi piacque e i vertici salir; e dietro al suon degli agitati passi l’urlo e la fuga delle volpi udir.
E qualche volta, i languidi membri adagiati d’una siepe accanto, con malinconica estasi stetti a mirar per lungo tempo un fior; e in silenzio finivano col pianto i solitari tremiti del cor.
Oh! molto io piansi. I garruli giuochi per me non ebber gioia mai. Un duro vel di tenebre fu gittato su’ poveri miei dí; finalmente una rosa anch’io trovai... ma si ruppe la terra, e la inghiottí.
O Elisa, come un candido raggio, che vien dai piú quieti cieli, io ti mirai discendere pei declivi d’un florido sentier: eri soletta, e il fluttuar de’ veli piacque tanto al soletto passeggier!
E m’accostai... Non facile era la scesa, e lunge la pianura. T’offersi il braccio... Ahi povera!... perdona s’io t’ho stretta al mio destin!... Non credeva di trarti in sepoltura con sí giovani fiori ancor sul crin!
Miseri a noi, se celere troppo la freccia del dolor ci assale! Or sulle labbra un gelido riso, la mente a rivelar, mi sta; e poca gloria a ristorar non vale le amare piaghe d’una lunga etá...
Io cosí vissi; e vario non è da quello il mio presente stato. Di me non curo; agli uomini fede non presto e alle lusinghe lor; e son, come su giogo inabitato, un nudo tronco: eppur lacrimo ancor.
Miseramente io lacrimo, se alcuna incontro per le vie del mondo voce d’amor, che susciti qualche speranza benedetta in me. Ma tutto è morto; e gli occhi io mi nascondo per non veder dove cammina il piè.
Sapessi almen se un angelo, d’amor parlando, m’ha parlato il vero! Sapessi almen se un’ultima memoria cara accompagnar mi può! se negli arcani d’un gentil pensiero qualche mesto ricordo io lascerò.
Un dí narrai d’incognita donna, che il peso d’un obblio sopporta. Ella mi volse i pallidi tremanti occhi un istante; indi chinò il mesto capo e disse: — Io sarei morta! — e, sospirando, la mia man serrò.
Ah! se mentía la perfida, piena cosí d’angelica dolcezza, l’ira mortal d’un aspide per anni lunghi le consumi il cor; sin che, perso l’ingegno e la bellezza, senza lacrime muoia e senza amor.