Italian poem
La notte de' morti
by Giovanni Prati (1814–1884)
È questa, Erína cara, la notte dei defunti: ho visto i miei congiunti cader dentro la bara, come fronde di salice e fogliette di rosa, i miei padri, i miei figli e la mia sposa.
Or io mi guardo intorno, e son come il nocchiero, che in nemboso emisfero domanda un fil di giorno, e non trova che ténebra desolata e profonda, e la livida morte a sommo l’onda.
E pur di novo amai! Cosí l’anima vuole. E tu, s’io t’ami, o sole della mia vita, il sai! T’amo siccome l’ultima ora d’un’ebbra gioia, la qual morta, anche il cor uopo è che muoia.
T’amo, perché del core sui solchi inariditi mi versi ancor le miti lusinghe e il dolce errore, e la tristezza, amabile dea, che d’un raggio spande pur le cadenti dell’april ghirlande.
Tale or son io. Ma i sacri riti son presti, i neri panni, la croce, i ceri, le rose ed i lavacri. Deh! in quest’ora di lacrime piena e di pii conforti, deh! prega, angiolo mio, per i miei morti.
E a lor cosí ragiona: — Ombre del tempo antico, il nostro dolce amico no, mai non v’abbandona; e, quando due gli spuntano sospir dal petto anelo, forse il primo per voi viensene al cielo.
Spesso al balcone assiso, cogli occhi inverso a’ monti, nei rosati tramonti tiene immobile il viso. E, s’io lo scuoto e interrogo, sua pia consolatrice, non è sempre di me ch’ei pensa e dice.
Mai non andiam soletti, ch’io parlar non l’ascolti di tombe e di sepolti. Sin tra i piú allegri detti ei fa passar l’imagine della Morte gentile. Morte, amore e dolor, questo è il suo stile.
Cotanto egli si piace d’ogni pensier funèbre, che, quando le palpèbre chiude talvolta in pace, l’odo nei brevi e taciti sogni sclamar: — Son lasso! Bella angelica Morte, aprimi un sasso. —
Se spira un ventolino nella verde foresta, egli mi dice: — È questa l’anima d’un bambino, che va passando e ai roridi orti del ciel sorride. Povera madre, che passar lo vide! —
E, quando, all’alba, mira sui campi un fior morente, ristá subitamente, mi guarda, e poi sospira, gridando: — È senza termine disperato martíre nascer fiore un istante e poi morire.
O padri miei! Caduti voi siete in sepoltura, e all’iniqua natura pagaste i suoi tributi non fuor di tempo; e al tumulo di voi, posto in ginocchi, spargo, senza furor, pianto dagli occhi.
Quando cadiam, noi foglie, per lo soffio del verno, giú nel silenzio eterno, poco dolor ci coglie, però che questo è l’ordine al fragil uom prefisso: ire a suo tempo nell’ingordo abisso.
Ma sentirsi i giacinti della morte sui panni, e odorare a vent’anni l’incenso degli estinti, qual fu d’Elisa, e ai zeffiri del mattin profumato nascer fiore e morir... questo è reo fato! —
Cosí dicendo, il tetro viso sul petto abbassa, e ogni obbietto che passa, sia letizia o ferètro, lo tocca indarno. A spiriti remoti ei parla e, come li avesse innanzi, ne susurra il nome.
Ah! dal dí che mutaste col ciel le umane tempre, ei vi ricorda sempre, anime amate e caste; e, se gelosa insania mi potesse dar guerra, il ciel me la daria, non giá la terra! —
Pietosamente china alle fosse de’ miei, cosí parlar tu déi, cosí, mia dolce Erina; mentre sull’arche in candido velo la luna ascende, occhio soave della notte, e splende.
Ed io dagl’irti pruni, e dalle aiòle erbose io coglierò due rose pe’ tuoi capelli bruni: una, perché compiangere ai cari estinti sai; l’altra, perché i tuoi dolci occhi mi dái.
Odi: non va pel vento un funeral tintinno? Treman davanti all’inno la terra e il firmamento. Ah! dunque di fantasimi è tutta quanta ordita quest’ora breve, che nomiam la vita?
Dimmi: sará fors’anco il nostro amore un sogno? Senti, o gentil. Bisogno è lo ingannarci. Al fianco ci fu messa la tenera bellissima speranza. Sperando, amiam! Qual altro bene avanza?