Italian poem
La paura
by Giovanni Prati (1814–1884)
Quando, al notturno lume, sovra le insonni piume, chiede bramoso il pargolo fole e poi fole ancor, la improvida nutrice i suoi racconti dice di larve e di fantasime, di maghi e incantator.
E denso al poveretto sorge il respir dal petto, la pallida paura gli bagna il volto e il crin, e, sotto alla pressura di quelle tetre imagini, cala sull’ansie pálpebre il sonno al fantolin.
Ma in quella torva pace la fantasia non tace. Ei sogna; e sulla cóltrice si sente camminar l’ombre de’ morti, e vede cappe, ferètri e tede; e qui un castel, lá un’orrida selva al dormente appar.
Poi le vedute forme cangian movenze e norme: stridere il gufo ascolta, del malaugurio re; vede le streghe in vòlta, e al lume delle lampade, chiuso in mantel di porpora, l’uom dal forcuto piè.
E, imprigionato ancora da quelle larve, ei plora sommessamente, e spasima, dal sonno per uscir; e alfin d’acute strida empie la notte infida, e sbarra gli occhi, esanime quasi dal reo patir.
Ma perché dunque ei prova questa temenza nova, ei che di nulla intende, vergin di cure il sen? perché, mentr’egli ascende verso il rosato esistere, la morte co’ suoi funebri sogni a turbar lo vien?
Ahi! per entrar negli anni de’ tuoi veraci affanni, apre il fatal vestibolo questa paura a te, o fantolin, che senti nei vani apparimenti d’una gran colpa il gemito, che colpa tua non è!
Nato dal fianco d’Eva, anche su te si aggreva il duro fallo antico, che impaurir ti fa; e, incognito nemico, t’alberga nelle viscere questo terror, che il démone de’ giorni tuoi sará.
Della natura istrutto, tu tremerai di tutto; ché annida in ciel la folgore, ché regna il nembo in mar. Tu nella verde selva udrai ruggir la belva, fredda vedrai la vipera le rose avvelenar.
E l'uom?... Chi mai lo solve questo di gloria e polve fiero viluppo arcano, che sol Chi ’l fece il sa? la cui terribil mano oggi in Abel s’insanguina, diman diventa artefice d’ogni ideal beltá.
Cosí, del core in fondo, tu tremerai del mondo, del tempo, del tuo spirito audace e menzogner; sin tremerai di quella tua giovinetta bella, che, in riso e forma d’angelo, ti dorma all’origlier.
Sará talor gentile quel tuo terror, poi vile diventerá coll’uso del secolo crudel, che a nulla crede e, chiuso ne’ suoi superbi còmputi, i pochi rai contamina, che qua ci manda il ciel.
Avrai tesauri teco? Spavento è l’aer cieco, donde ti spia la cupida pupilla del ladron. Ingegno avrai? Spavento è un basso vulgo, intento a flagellarti e sperdere della tua fama il suon.
E se cadrai?... Dall’alma ti fuggirá la calma. Ti sentirai retrorso lo spettro del terror. Nell’ombra il tuo rimorso assurgerá, coi vitrei lumi in te fissi, a stringerti d’un gel di morte il cor.
Funeste e paventose le piú innocenti cose ti appariran. Di tossico si tingerá il ruscel; del mite sole i rai stilleran sangue; e udrai di fiere trombe un sònito nel lene venticel.
Questa è la colpa. È questo il punitor funesto, l’irto spavento, il bianco figliuol della viltá. E che dall’egro fianco te lo divelga e il dissipi per le agitate tenebre, altri che Dio non v’ha.
Tu, fantolin, non temi oggi il mio canto, e gemi sol delle vacue favole, che la nutrice ordí. Ma ne saprai l’occulto senso, o futuro adulto. Cresce veloce agli uomini sull’ombre vane il dí.
Con tutti, o fantolino, del mondo e del destino tu tremerai quel giorno, che ti sia noto il ver. Giá ti susurra intorno la livid’onda e il turbine Su! la barchetta edifica, o povero nocchier.
Poni al timon la Fede, che, pur cercando, crede; l’agil Speranza agli alberi; all’ardue vele Amor. Una tra l’ago e il polo insegni all’altra il volo, e spiani il terzo i vortici col soffio vincitor.
Cosí, nocchier sereno, spenti i terrori in seno, la cimba il profetato suo corso adempirá; e lene, addormentato sull’ondeggiante féretro, ti rapirá per l’aere la bella Eternitá.