Versos Italian Giovanni Prati La passeggiata

Italian poem

La passeggiata

by (1814–1884)

Listen in the reader

Lungo i platani, in cui vive ogni fronda innamorata, sotto l'aure fuggitive della sera e del mattin,

su una sponda infrequentata, fuor del volgo, che mi accora, col tramonto e coll’aurora fo soletto il mio cammin.

Miro i fior, la vòlta azzurra, guardo all’acque, ascolto il vento, e dal labbro, che susurra i fantasmi che ho nel cor,

vo esalando un fumo lento, che coi vortici leggieri accompagna i miei pensieri di gaiezza o di dolor.

Fisso gli occhi ai colli adorni di verdura, e vo sclamando: — Dove siete, o rosei giorni della bella gioventú?

che veniste carolando su’ miei prati in lieta danza, col coraggio e la speranza, colla fede e la virtú?

Fresche aurore, oh! chi vi ha spente? quando sotto a’ miei balconi mi destava la fremente allegria dei cacciator,

e del corno agli acri suoni rispondea con varia legge il tumulto delle gregge e la tibia dei pastor!

Oh, notturni allegri fochi del novembre, in mezzo ai solchi, dov’io stava ed altri pochi fanciulletti ad ascoltar

dal piú vecchio dei bifolchi le prodezze e il vario marte, quando, insiem con Bonaparte, scese l’Alpi e passò il mar!

Il mio nome, ignoto ai cupi tradimenti dei mortali, quante volte per le rupi d’eco in eco udii morir!

Né d’incensi né di strali fu mai segno il fanciulletto, che, con Dante e col moschetto, gía le lepri a perseguir.

Era il meglio un nome occulto serbar sempre in mezzo ai monti, che recarlo nel tumulto delle querule cittá;

dove siede in sulle fronti il timor, la noia oscura, dove langue la natura, dove muor la libertá.

Miglior senno arar le glebe, o dar gli estri all’aura molle, che versarli ad una plebe scissa d’opre e di pensier,

che, ululando al par del folle, gira il trivio e sempre sogna, e, pasciuta di menzogna, sfregia il bene, esiglia il ver.

Oh mia musa! oh mia compagna dell’etá ridente e lieta! quando in cima alla montagna i tuoi canti aprivi al ciel,

tu credesti il tuo poeta cosa sacra infra le cose: cinto l’hai delle tue rose, l’hai bendato del tuo vel.

Ahi fatale, ahi tristo inganno! Sul destrier dei dolci incanti ei s’assise; e il negro affanno sul destrier gli cavalcò.

Sfumar vide i sogni amanti, come nebbie della valle, e, spossato a mezzo il calle, di morir desiderò.

Deh! ciò avvenga. A questa guerra cupa, eterna, il cor mi cade. Letto angusto in poca terra chiedo, e pace all’ombre in sen.

Sotto il vel delle rugiade dormirá la creta stanca, e ai dolor del dí che manca sará premio il dí che vien.

Viator, che sotto al faggio pigliò sonno in tetra selva, e al rosato e fresco raggio del mattin si risvegliò,

piú non teme abisso o belva, esce all’aure, al sol ridente, ed un sogno è della mente ogni rischio che passò.

Come pia sará la mano che mi scavi il nido oscuro, fuor degli uomini, lontano da fastidio e vanitá!

Fregi e simboli non curo sulla povera mia pietra: senza lauro e senza cetra tuttavia si dormirá.

Quando solo il dí reclina, quando è mesto il cielo e il core, sull’avel mi porti Erína il giacinto del suo crin;

poi la rosa, allegro fiore, orni sempre i suoi capelli, e, sommersa in dí piú belli, pensi appena al mio destin. —

Cosí ognor passeggio e canto, e, cantando, il cor lusingo. Ride il volgo. Ed io frattanto spiro vita a’ miei pensier.

Col mio carme io vo solingo, del mio carme il core ho lieto, alle lucciole il ripeto, come al gallo mattinier.

E, in mirar la vòlta azzurra, e in udire il vol del vento, fuor del labbro, che susurra i fantasmi che ho nel cor,

vo esalando un fumo lento, che coi vortici leggieri accompagna i miei pensieri di gaiezza o di dolor.