Versos Italian Giovanni Prati Lacrymae rerum

Italian poem

Lacrymae rerum

by (1814–1884)

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A voi, fior della terra, a voi, gioconde stelle del cielo, i sogni e le speranze della ridente gioventú son pari. Se non che l’astro e il fior passano immuni da colpa e da castigo, e noi travaglia pur giovinetti una tristezza arcana, quando parliam col limpido pianeta e colle rose. Sulla verde cima delle mie rupi, in margine a’ miei laghi, nel silenzio dell’ombra, oh, quante volte piansi pur io fanciullo, il ciel mirando pien di tremoli fochi o il sottoposto pendio stellato di silvestri gigli e di pervinche! In veritá, si piange dunque nel mondo, e sin la primavera ha le lacrime sue. Forse non solo piangon gli occhi dell’uom, ma la pupilla pur dell’avida belva il pianto oscura. Mai non vedesti, Elisa, un errabondo can, che ha smarrito il suo signor, corcarsi malinconico in terra? o sotto l’ala piegar la testa un povero augelletto in gabbia d’òr? Dai perfidi spiragli il bel verde de’ campi e il cielo ei guarda. e la perduta libertá sospira. Tutte piangon le cose, e i petti affanna ciò ch’è nato a perir. Voi che venite, pellegrini del mondo, a questa Roma, non per recar nelle native terre qualche santo rosario od amuleto, ma per chinarvi a interrogar la spoglia dell’olimpico Lazio, il pianto vostro colle rugiade dell’eterna luna qui spargerete, e in qualche ermo cespuglio del Palatin la capinera al vento Lineerá la sua nota. Or io mi levo sulle alture del Celio, e mentre l’óra nei sacri mirti, come fa, si tace, pellegrini del mondo, a voi favello: questa Roma di Dardano per molti rischi di terra e mar, seco ha recato colle ceneri d’ilio il suo destino. Qua giunse larva nel pensier d’Enea, e qua crebbe e regnò. L’arido bruco nel novilunio suo non altrimenti fatto è farfalla. Un’intima possanza trasfigura le cose, e dalla morte nasce la vita, ed ambedue compagne van per la terra, aitar di maraviglie e di ruine. Ma perpetuo il falco garrisce al monte, ma s’abbraccia il sole col perpetuo nettuno e col deserto, mentre l’ora del Tuoni va piú veloce che non la rota della sua fortuna senza ritorni. Viriate, il prode fulininator dai cantabri dirupi, come passò? dov’è l’asta di Brenno? dove il biondo chcrusco e l’implacato cartaginese? Io per le ripe indarno cerco Cesare nostro e le vestali e i pontefici sacri. Odo il galoppo del cavai d’Alarico, e penso e piango, pellegrini del mondo insiem con voi! Figlio d’Italia, in vetta alle nevose mie tirolesi balze ebbi la cuna come il camoscio, e le varcai, cantando fra’ miei vecchi pastori. E ancor la squilla delle mandre disperse alla boscaglia nel cor mi suona, e dalle chiese alpestri gemere ascolto il passero solingo, e rivedo le vie che i battaglioni vider di Francia ed or sotto l’accesa ferza canicular son traversate dal fulmineo ramarro. Agile e fresca allor ne’ polsi mi correa la vita e nello spirto: allor caro soltanto m’era il mio borgo, e mi parea piú noto che non il Tebro, ereditá di Giove, il piú ignoto ruscel delle mie valli. Oggi, affranto le membra e misto il crine, me condusser le Parche alla fatale cittá d’Ascanio; ed ospite pensoso odo dalle disfatte are il lamento dei numi d’Asia, e porto, a quando a quando, sul Gianicolo sacro o l’Aventino l’alte malinconie del di che fugge.