Versos Italian Giovanni Prati La mia bisaccia

Italian poem

La mia bisaccia

by (1814–1884)

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Esopo, arguto spirito, favoleggiò che due bisacce ha l’uom. La gravida delle magagne sue inesplorata all’ómero gli pende, e l’altra al petto, dove ogni altrui difetto si curva ad esplorar.

A me la cauta favola fu sí gagliarda scola, che sopra il sen mi dondola una bisaccia sola. E in lei mi guardo, e, giudice fiero de’ vizi miei, io mi confesso a lei come a segreto altar.

Che truppa d’eteroclite chinesi figurine saltan lá dentro, a ciondoli, a collaretti, a trine! Ecco piumato e in bavero il sospettoso Orgoglio, principe senza soglio, che almanaccando va.

Le Noie a’ piè sbadigliano del torbido sovrano; con l’ali d’òr le provoca un amorin pagano; trilla la musa, artefice di parolette accorte, ma il principe e la corte pace con lei non fa.

Ecco il sottil fortuito riso della Dolcezza, che, urtando nella squallida Malinconia, si spezza; quindi la pronta Collera, colle sembianze in foco, che i ninnoletti e il loco strugger vorria con sé.

Traversa il Frizzo stridulo col suo musin di vespa; il Cruccio nella tenebra la buia fronte increspa; storce le labbra e zufola il Ghigno alle altrui spalle; zoppe fantasme e gialle, che fan corteggio al re.

Nella lentata cintola l’Ozio le palme caccia, e languido si spenzola in fondo alla bisaccia; l’ambigua Incertitudine crolla la faccia bianca; l’Angoscia a ritta, a manca l’egro Sospir le vien.

Se a desco alcun degli ospiti l’acre salier riversa, e, per cadente lampana, d’olio è la terra aspersa, ritti gli orecchi e trepide, in tunicelle oscure, si serran le Paure l’una dell’altra al sen.

Ecco, le ciglia splendide di qualche sacro lume, balza il Pensiero. Ha d’aquila, d’aquila istinto e piume? Povero gufo! Gli angoli della bisaccia ei fere, e per le curve sfere sogna esser ito al sol.

Quante miserie annidano nella bisaccia mia! Pur v’ha cui rode il fegato furor di gelosia. Deh! potess’io, per vivere due giorni piú tranquilli, codesti miei gingilli gittarli a chi li vuol!

Ché giá né in limpid’agata son finti od in piropo, ma in nudo legno, a riderne l’ombra del vecchio Esopo; né la bisaccia sfolgora di ricca perla o d’oro, né a gloria di lavoro l’artefice pensò.

Di cuoio ha le compagini, color di violetta; d’inglese acciar le fimbrie, la susta e la chiavetta; raccomandata a un cingolo traverso il sen mi cade, e giá per molte strade con me pellegrinò.

Ma fra il corteo dei ninnoli, dentro mal ritti in piedi, che son questi odoriferi bruni fuscelli?... Oh vedi! Fumo d’orgoglio è simile a fumo di cigáro: uno ne accendi, o caro, e poniti a fumar.

Anzi di nebbia un vortice sui ninnoli protervi getta, se sai, per vincerne i petulanti nervi, onde il gentil spettacolo, che ti ferisce il ciglio, sedato ogni pispiglio, tu possa contemplar.

Via pel celeste pelago, addio, notturna amica! L’afflitto cor ti sanguina pur della piaga antica; e, mentr’io scherzo e medito, tu negli eterni giri d’Endimion sospiri le ardenti voluttá.

Or che la selva imbiancasi sotto gli argentei raggi, addio, piangenti musiche del rosignol sui faggi: voi rammentate a un esule, sazio d’illustri inganni, i lagrimati affanni della sua verde etá.

Che vuoi narrarmi, o lugubre tu di pastor lamento, or che in quell’ampia nuvola il lunar disco è spento? Ah! dal montano culmine precipitò Neera, la stella mattiniera, delle capanne il fior.

O inconsapevol vergine, dell’agne tue superba, straniera al mondo, addormiti nel letticciuol tuo d’erba. Ti daran ombra i salici, profumo le viole, raggi la luna e il sole, e gemiti il pastor.

Urrá! urrá! Trasportami, caval, su la tua groppa: vedi: con noi la comica bisaccia mia galoppa. Bizzarra cosa è mescere fumo, galoppo e canto, e divorar frattanto la lunga via cosí.

Urrá! Voliamo al gelido silenzio delle stelle: la lodoletta e l’aquila volan cantando anch’elle. Ecco Bisalta e i margini del secolar castagno! Platon di Peveragno, svegliatevi: son qui.

Che? Mi chiedete attonito, perché, notturno gnomo, vengo in quest’ora a scotere la porta a un galantuomo? Perché nel dí si scontrano e carra e mulattieri, che rompon de’ pensieri l’armonica virtú.

Perché le ciglia il perfido raggio del sol m’offende. Perché al mio cor piú tenera la bianca luna splende. Perché piú colma ed ilare oggi vuotai la tazza, e matti d’ogni razza pose il Signor quaggiú.