Italian poem
Patria
by Giovanni Prati (1814–1884)
Sin che al mio verde Tirolo è tolto veder l’arrivo delle tue squadre, e con letizia di figlio in volto, mia dolce Italia, baciar la madre; sin ch’io non odo le mute squille suonare a gloria per le mie ville, né la tua spada, né il tuo palvese protegge i varchi del mio paese; no, non son pago. Chiedo e richiedo da mane a vespro la patria mia: e il suo bel giorno sin ch’io non vedo clamor di feste non so che sia. Cantai di gloria, cantai di guerra, cantar credendo per la mia terra, quanta ne corre da Sparavento all’ardue Chiuse di lá da Trento. L’han pur veduta la testa loro l’altre del Lazio cittá reine! e tu, gran Madre, del proprio alloro tu ne hai vestito l’augusto crine. Ma la mia terra negletta e sola geme nell’ombra: chi la consola? dai ceppi amari chi la disgrava? chi l’aura e il lume rende alla schiava? Eppur, quand’era peccato e scorno stringer la mano degli stranieri, coi prodi figli d’Italia, un giorno sorsero i figli de’miei manieri; e ai patrii greppi gentil lavacro diedero il sangue piú puro e sacro. E il sa Rezzecca, sulle cui glebe fiori di sangue brucan le zebe. Umile è certo la terra nostra: archi, colonne, templi non vanta. Ma con orgoglio c’è chi la mostra, ma con orgoglio c’è chi la canta. Terra d’onesti, terra di prodi, cerca giustizie, non cerca lodi. Ti chiede, o Italia, se madre sei, che il cor ti morda, pensando a lei. Ella il tuo sangue" dagli avi assume, ella negli occhi porta il tuo raggio: ella s’informa del tuo costume, pensa e favella col tuo linguaggio. Arde di sdegno, piange d’amore, parte divina del tuo gran core! Qual colpa è dunque se non si noma Milan, Fiorenza, Napoli o Roma? Pia rondinella, che appender suoli a’ miei nativi frassini il nido, da cielo in cielo stendi i tuoi voli sin del Danubio sul verde lido; e al cor pensoso di due potenti bisbiglia un’eco de’ miei lamenti, cader lasciando dal picciol rostro un fior bagnato del pianto nostro. E, se Belguardo si fa una gloria d’accór la dolce sabauda stella, col fiore azzurro della memoria parla ai due prenci, pia rondinella. Per me ad Absburgo, per me a Savoia chiedi una patria prima ch’io muoia. Morire io possa libero e grato nei verdi boschi dove son nato. Per quelle nude mie dolci lande possa la sorte farmi indovino! Che plauso allora, che osanna al grande fratello e amico del re latino! Allor da vero chiusi i gagliardi saran nell’ombra de’due stendardi: in cima all’Alpi, giá vecchio danno, le nuove stirpi s’abbracceranno! Sovra ogni torre, sovra ogni foce, di sé rendendo l’acre giocondo, l’aquila bruna, la bianca croce saran due segni di pace al mondo. Fervor di genti, silenzio d’armi, fronde d’ulivo, festa di carmi, l’animo in alto, questa è l’aurora che nel mio sogno balena ancora!