Italian poem
Pachita
by Giovanni Prati (1814–1884)
Bruna figlia della Spagna, vagabonda è la mia vita: fui per Francia e per Lamagna la ventura a bisbigliar. Son la zingana Pachita, nata a Cadice sul mar.
Trae la gente al mio leúto, quando il pollice lo morde; dell’Italia è conosciuto per i borghi e le cittá; ma il tremor delle sue corde ciò che sia, nessun lo sa.
Stan nel cavo al mio stromento cento piccioli indovini; sopra un raggio o in ala al vento, quand’è dí, li faccio uscir; e li mando peregrini la ventura anch’essi a dir.
Tornan poi nel cavo grembo, quand’è notte, e in sonno blando dormiam tutti, o fuori al nembo o tra i fieni o in mezzo ai fior: dormiam tutti, e tremolando va il leúto e sona ancor.
Chi ha desio del proprio arcano, non lo cerchi ne’ pianeti, ch’io ne’ segni della mano l’avvenir gli scoprirò: di Siviglia fra i roseti lessi i maghi, e l’arte io so.
Son Pachita; ho paggi e corte nella bella Estremadura; chi saper vuol la sua sorte faccia presto e venga a me: oggi canto la ventura, ma diman mi sposa un re.
Su! traete all’armonia delle corde della fata, che l’occulta profezia rassomiglia un venticel: chi nol prende alla passata, batte l’ali e va nel ciel.
Oggi zingana tapina mi vedete a piú d’un segno, ma diman sarò regina, sarò lunge assai da qui, raccontando al mio bel regno dell’Italia i dolci dí.