Italian poem
Or che Sirio in Ciel risplende
by Giuseppe Paolucci (1661–1730)
Or che Sirio in Ciel risplende, Di quel biondo almo lieo, Che sì brilla, e d’òr s’accende, M’empi il nappo, o Alfesibeo. Ma nò: quel, ch’è del colore Del rubin, sarà migliore: Questo io voglio: il nappo pieno Fammen sì, che n’empia il seno. Vedi qui come zampilla, E col sole i raggi mesce: Io non vuo’ lasciarne stilla, Tal desio di sè m’accresce: Beviam dunque: e sia di quella In onor, ch’è la più bella: Ecco già, che al labbro io l’ergo, E le viscere n’aspergo. Oh di qual nuovo piacere Sento l’alma inebriarsi! Empi l’altro, ch’io vuo’ bere, Finchè tempri il caldo, ond’arsi. Morde, è ver: ma la ferita A riber più dolce invita. Oh felice il suol, che dato N’ha liquor sì nuovo e grato! Io non so se Giove, e il resto Della Plebe degli Dei Ebber mai simile a questo Dolce nettar, ch’or bevei: O se pur tal’ anche sia Quell’ambrosia, onde per via Febo suol le nari e ’l morso Ai destrier spruzzar nel corso. E ben sento anch’io nel petto Nuovo ardor crescermi e lena: Ed il sangue al cuor ristretto Sciolto gir di vena in vena. Chi mi porge quella Lira? Chi quei bischeri v’aggira, Perchè possa indi alle corde La mia voce unir concorde? Venga poi Tirsi in tenzone, O chi fama ha più nel canto, Ch’io non temo il paragone: Tale ardir mi siede accanto. Di Te poi, ch’illustre, e chiaro Già ten vai d’ogn’altro a paro Tacerò: ch’i pregi tuoi Vanti eguale a i primi Eroi. Dirò ben di lei, che sola Tutto ha il Bel, che un dì fu in Ida: E ad ogni altra il pregio invola, Dolce parli, e dolce rida: Nè sai dir se dardi scocchi Più dal labbro o da’ begli occhi, Se tai quindi escon piaghe Crude più, quanto più vaghe. Or di tante e qual bellezza Avverrà, che prima io mostri? Poi chi sa se a tanta altezza Giungeranno i versi nostri? Veggio Amor però lontano Farmi cenno con la mano, Perchè agli occhi io volga i carmi, Che fur primi a saettarmi. O che bel veder quei rai Quando Amor ne tien governo! Così Venere giammai Sfavellar in Ciel non scerno. Ma che fia, se poi ritrosi Gli raggira o pur sdegnosi? Nel mirarli così scuri, Non v’è cuor che s’assicuri. Pur sì forte in me s’accende Il piacer di vagheggiarli, Che maggiore in me si rende Il desio di celebrarli. Ma pur temo, e vorrei solo, Ape industre andarne a volo Sovra il fior degli altri pregi, Raccogliendo i più bei fregi. Labbra tenere, e vezzose, Vostre lodi or voi ridite, Giacchè tanta il Ciel ripose Grazia in voi, qualor v’aprite: E ben quindi escon parole Da fermar nel corso il Sole, Tanto più quanto son use A parlar coll’alte Muse. Nè men dolce, o vago è ancora Quel bel volto, o meno alletta, Se co’ gigli ivi talora Suol fiorir la violetta. Anzi queste son le spoglie, Ove Amor cela sue voglie: E tal forse quando ardea Per Adon fu Citerea. O bel sen di neve pura, Delle Grazie albergo, e stanza, Ove il Ciel pose, e Natura Il più bel d’ogni speranza, Di lodarvi in me non manca Il voler, nè voglia ho stanca; Ma mi turban quei severi, Ch’ascondete, alti pensieri. Quei pensier, ch’io veggio accesi Ne i bei rai d’aspro talento, A ribatter forse intesi La baldanza e l’ardimento: Tal però non è disdegno, Nè rigor, ma solo è segno, Che vorrian ristretto un cuore Fra speranza e fra timore. Neri crin, s’ultimi andate Fra le lodi, e ’l canto mio, Non è già, perchè voi siate Meno cari al mio desìo. So, ch’il biondo è bel, ma poi Anche il nero ha i pregi suoi; Belle sono in Ciel le Stelle, Perchè l’ombre le fan belle. Non v’è crin, che non diffonda Quel fulgor, che all’òr simiglia, Talchè treccia aurata, e bionda, Più non reca maraviglia: Bianco volto, e capei bruni Non son fregi sì comuni: E quaggiù quanto bellezza Rara è più, vie più s’apprezza. Non fu già vanto volgare Della Giovane Amiclèa Bruna chioma, ch’alle rare Sue bellezze aggiunta avea: Con quei crini Amor più forte Formò i nodi a sue ritorte: E veder ne fè le pruove, Quando prese, e avvinse Giove. Ma tu bevi, e a me che roco Già son fatto, più non pensi! Di quell’altro or dammi un poco, Che stillar l’uve Cretensi: Vuo’ veder se sia bastante Quell’ambrifoco spumante A far sì, ch’io poi senz’ale Spieghi un volo alto immortale.