Italian poem
VI. Il bisogno
Oh tiranno signore de’ miseri mortali, oh male, oh persuasore orribile di mali, bisogno, e che non spezza tua indomita fierezza! Di valli adamantini cinge i cor la virtude; ma tu gli urti e rovini: e tutto a te si schiude. Entri, e i nobili affetti o strozzi od assoggetti. Oltre corri, e fremente strappi Ragion dal soglio; e il regno de la mente occupi pien d’orgoglio, e ti poni a sedere tiranno del pensiere. Con le folgori in mano la legge alto minaccia; ma il periglio lontano non scolora la faccia di chi senza soccorso ha il tuo peso sul dorso.
Al misero mortale ogni lume s’ammorza: vèr la scesa del male tu lo strascini a forza: ei di sé stesso in bando va giú precipitando. Ahi! l’infelice allora i comun patti rompe; ogni confine ignora; ne’ beni altrui prorompe; mangia i rapiti pani con sanguinose mani. Ma quali odo lamenti e stridor di catene; e ingegnosi stromenti veggo d’atroci pene lá per quegli antri oscuri, cinti d’orridi muri? Colá Temide armata tien giudizi funesti su la turba affannata, che tu persuadesti a romper gli altrui dritti, o padre di delitti. Meco vieni al cospetto del nume che vi siede. No, non avrá dispetto che tu v’innoltri il piede. Da lui con lieto volto anco il Bisogno è accolto. O ministri di Temi, le spade sospendete: da i pulpiti supremi qua l’orecchio volgete. Chi è che pietá niega al Bisogno che prega
— Perdón, — dic’ei. — perdóno a i miseri cruciati. io son l’autore, io sono de’ lor primi peccati. Sia contro a me diretta la pubblica vendetta. — Ma quale a tai parole giudice si commove? Qual dell’umana prole a pietade si move? Tu, Virtz, uomo saggio e giusto, ne dai l’esempio augusto: tu cui si spesso vinse dolor de gl’infelici che il Bisogno sospinse a por le rapitaci mani nell’altrui parte o per forza o per arte: e il carcere temuto lor lieto spalancasti: e dando oro ed aiuto, generoso insegnasti come senza le pene il fallo si previene.